Trump, Twitter e i social media. Cosa sta succedendo on-line?

Hai sentito cosa è successo a Washington lo scorso 6 gennaio? Quei gravi fatti, in cui sono morte 5 persone, rischiano di avere ripercussioni altrettanto importanti sul mondo digitale. Forse non ci pensiamo troppo, intenti a scorrere le storie su Instagram o le challenge di TikTok, ma l’eco della rivolta di Capitol Hill e, soprattutto, le prese di posizione di alcuni colossi dei social media, stanno avendo preoccupanti riflessi sul mondo digitale, con prospettive nebulose e assai poco definite. Fermo restando che quanto accaduto a Washington, fomentato dai social media e in particolare dall’ex presidente USA Donald Trump, è un evento semplicemente intollerabile.

Ma andiamo per ordine.

I gravi disordini del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill, sede del Congresso degli Stati Uniti, nel cuore di Washington.

Alla base dell’internet di oggi…

…ci sono degli enormi servizi digitali che alle volte, per la loro strabordante pervasività, vengono addirittura confusi con la stessa rete internet. Non si cerca più su internet, ma direttamente su Google. Fino a qualche anno fa, chi voleva saperne di più su una persona ricorreva a Facebook e oggi si fa lo stesso su Instagram. Gli SMS? Un vecchio ricordo a 15 centesimi: ora ci si invia messaggi WhatsApp. I politici si fanno sentire su Twitter e tutti quanti noi amiamo pubblicare e guardare filmati su YouTube.

Sin qui sono stati nominati 6 servizi disponibili su internet, tutti quanti nati e cresciuti negli Stati Uniti. Ad accomunarli c’è la caratteristica di “piattaforme”: ospitano, cioè, i contenuti di milioni (anzi: miliardi) di utenti.

In principio c’era… la “Section 230”

Non è un caso che questi servizi siano nati negli USA. Al di là delle immense opportunità di sviluppo tecnologico, con investitori che non esitano a spendere vagoni di dollari in aziende che hanno mosso i primi passi come piccole start-up da garage, la normativa statunitense è stata la prima a regolare con severità la costruzione delle piattaforme digitali.

Due di questi tre servizi appartengono a Facebook (come peraltro Instagram). Quali sono?

È del 1996, infatti, l’emanazione da parte del Congresso americano del Communications Decency Act, la legge che regolava la diffusione di materiale pedopornografico. Internet era agli albori, ma già all’interno di questa norma trovava (e trova tutt’ora) spazio un comma derivato da una precedente normativa del 1934 e che dal 1996 divenne nel tempo un pilastro della rete: la cosiddetta “Section 230”.

La sua traduzione letterale recita:

«Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi».

In altri termini, Facebook, Twitter e compagnia non sono responsabili dei contenuti che gli utenti pubblicano, lasciando piena responsabilità agli utenti stessi. Le uniche regole sono date dai cosiddetti “Standard della community” (per Facebook), “Linee guida della community” (su Instagram) o le “Regole di Twitter”: regolamenti interni delle varie piattaforme, peraltro assai diversi tra loro, che – diciamoci la verità – pochissimi di noi hanno letto.

Cosa è successo a Trump su Twitter?

Ma torniamo a noi. L’ex presidente USA, non nuovo a litigi con Twitter (la cui piattaforma aveva bollato come “inattendibili” alcuni suoi tweet nel maggio scorso), aveva invocato l’abrogazione della “Section 230”. Questo perché già allora Twitter, di fatto, si stava comportando non soltanto come una piattaforma per la condivisione di contenuti, ma come un vero e proprio editore capace di mettere il naso in alcuni di quegli stessi contenuti, i quali – benché rispettosi delle “Regole” della piattaforma – erano stati giudicati forieri di disinformazione.

Semplificando, un editore è il proprietario di un giornale, un sito, una TV o una radio. È colui che, vista la sua posizione, indica unilateralmente ciò che può essere pubblicato e ciò che invece ritiene meglio che non trovi spazio. Un po’ come quando, da bambini, si andava a giocare al campetto: il pallone è mio, decido io.

Il concetto di editore è diverso dal concetto di piattaforma: quest’ultima, infatti, è come una barca che permette la navigazione di chiunque, senza curarsi di chi sale a bordo e cosa faccia sul ponte della nave. A patto che rispetti le regole della community.

Ma ci sono state due gocce che hanno fatto traboccare il vaso.

La prima è avvenuta la sera del 6 gennaio, quando, in seguito alla rivolta di Washington perpetrata da violenti supporter dell’ex presidente, gli account di “The Donald” sono stati sospesi temporaneamente non soltanto su Twitter, ma anche su Facebook, Instagram e Snapchat, in barba alla stessa Section 230 e, nel caso di Twitter, dalle regole del social media.

Il secondo episodio è avvenuto due giorni dopo, l’8 gennaio, quando Twitter ha deciso di cancellare per sempre l’account di Trump, fino ad allora seguito da quasi 89 milioni di follower. Moltissimi hanno gioito alla notizia del “ban” dell’ex presidente USA; molti altri, invece, hanno storto il naso non solo per i tweet dell’ex n. 1 della Casa Bianca (che fomentavano i suoi seguaci millantando brogli elettorali) quanto per la cancellazione stessa dell’account svolta da Twitter.

Trump ha violato le regole di Twitter?

Le Regole di Twitter affermano che [grassetti nostri]:

Non c’è posto su Twitter per organizzazioni violente, che includono qualsiasi organizzazione terroristica o gruppo estremista violento, né per individui che ne facciano parte e ne promuovano le attività illecite.

I tweet di Trump hanno ripetutamente alimentato l’odio di gruppi di ogni genere, compresi estremisti che fanno capo al suprematismo bianco, al sovranismo USA e a tutte queste brutte cosette. In aggiunta, i toni aggressivi e al limite della violenza verbale non hanno certo giocato a favore dell’arrogante ex presidente USA.

Tuttavia, Twitter stesso prevede alcune eccezioni alla cancellazione di contenuti incitanti al terrorismo o all’estremismo, per esempio in caso di «gruppi i cui rappresentanti hanno assunto incarichi ufficiali a seguito di elezioni democratiche.» In modo controverso, possiamo interpretare il “ban” di Trump come uno sguardo in avanti da parte della piattaforma: Trump è ormai ex presidente degli Stati Uniti, i quali al momento dei fatti si avviano ad aprire la presidenza di Joe Biden.

Il bandolo della matassa: le domande decisive

A noi che navighiamo tra stories e chat forse la questione sembra “un’americanata”, ma i risvolti in realtà sono enormi. Con la sua foga populista, Donald Trump ha aperto il vaso di pandora sul ruolo delle grandi piattaforme nella gestione della comunicazione digitale.

È opportuno che ci chiediamo seriamente alcune cose:

  • è corretto che un utente venga unilateralmente sospeso da un social media… e poi bannato definitivamente?
  • Chi può arrogarsi il diritto di fare ciò? Ieri è toccato a Trump, ma oggi? E domani?
  • Che effetti può avere sul dibattito democratico?
  • È censura o è rispetto delle regole?

La questione è decisiva e le argomentazioni sono valide da ambo i lati.

Insomma, la “sedia” di internet, su cui comodamente adagiamo le ore che passiamo davanti al display, è una caldera in continua ebollizione. E in questo 2021 ne vedremo delle belle.

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