Safer internet day: 6 consigli per profumare il web

SID non è soltanto il nome del simpatico e goffo bradipo dei film “L’era glaciale”. SID è anche l’acronimo di Safer Internet Day, la giornata internazionale per la sicurezza on-line che quest’anno si celebra in tutto il mondo il 9 febbraio.

Ogni anno in occasione del Safer Internet Day escono variopinte indagini che tracciano un quadro sempre più deprimente di giovani schiavi del cellulare e di internet, cyberbulli o cybervittime di quest’epoca oscura e digitale. Per quanto veritiere siano tali indagini, esse colorano sempre i più giovani con tinte fosche, scure e negative.

Cambiamo marcia e diamoci 6 consigli per essere davvero più sicuri on-line. O quantomeno per provare a esserlo.

Mettiti comoda/o. Parola di SID.

1. Usa un linguaggio inclusivo

Su WhatsApp, Instagram, TikTok e via dicendo. Essere inclusivi non significa mettere gli asterischi in fondo alle parole per renderle gender neutral, ma vuol dire saper individuare chi è un po’ più isolato e non abbandonarlo (o abbandonarla) nella sua solitudine. E questo vale anche su WhatsApp (pensa al gruppo della tua classe…) o su Instagram (dove facilmente ci si – ehm – prende in giro), eccetera. Guarda l’ultima persona e agisci fai in modo che non sia più all’ultimo posto. Questo significa includere.

2. Spiffera

Si, hai letto bene. Spiffera a genitori, insegnanti, educatori in generale, di quella situazione un po’ imbarazzante che hai visto, che hai saputo o di cui sei stato/a protagonista tu in prima persona. Quando lasci una mela marcia in frigorifero, dicendo “la butterò domani”, essa rovina tutti gli alimenti con il suo odore nauseabondo. Così è con le situazioni che, online, puzzano di marcio: se le lasci lì ti rovinano la giornata. Oggi, domani, dopodomani… e avanti. E probabilmente la rovineranno anche a qualcun altro, che in quegli episodi era coinvolto. Ci vuole coraggio, ma le mele marce vanno buttate via subito. Giusto?

3. Dì la verità, solo la verità, nient’altro che la verità

No, non siamo a un processo da film hollywoodiano, ma su Facebook, Instagram, Telegram. Nessuna persona gode di più stima di una persona sincera, che dice le cose come stanno. Non dà seguito a falsità (o fake news) e non si espone se non è sicura di ciò che sta per dire. Per questo è una persona genuina e fidata, che parla conoscendo l’argomento e, se non ne sa nulla, tace ammettendo un semplice «Non te lo so dire». E magari, nel silenzio, si informa e cerca di capire. Anche perché, leggendo certi commenti on-line, capisci benissimo quanto sia migliore l’atteggiamento di una persona che “sa di non sapere” piuttosto di chi, invece, presume di sapere.

4. Puoi anche dire di no

E talvolta è bene dirlo. A chi ti chiede una foto un po’ eccessiva, a chi ti punzecchia in una discussione antipatica, a chi ti chiede di fare da complice in un gesto che puzza di cyberbullismo. Anche se “no” è una parola negativa, questi “no” sono detti per un motivo positivo, con finalità di bene. È un “no” che si oppone al male. E l’algebra insegna che meno-per-meno…

5. Chiama per nome le persone

Così eviti il linguaggio di odio che si manifesta anche in espressioni apparentemente innocue: «la panzona» per indicare la compagna di classe un po’ corpulenta, «il nanetto» per riferirsi a un bambino piccolo, «negro» per il ragazzo di origine africana, «il talebano» per quello con le idee rigorose, eccetera. C’è modo e modo di riferirsi a una persona. E questi, pur di moda, sono esempi fuori modo. Appiccicando un’etichetta alle singole persone si negano, di fatto, la loro identità unica e le s-personificano, rendendole non-persone agli occhi dei nostri interlocutori. Fanno loro perdere la dignità.

6. Sii intelligente: distingui l’idea dalla persona

E, se non sei d’accordo con l’idea, limitati a criticare quest’ultima. Distinguere la persona dalla sua idea lascia aperta la possibilità di “salvare” la persona stessa, una prerogativa che consente di riparare da un errore.

Facciamo un esempio? Quel tuo amico non è “un drogato”, ma ha fatto uso di sostanze stupefacenti. Chiamarlo “drogato” significa affidargli anche in questo caso un marchio (si dice: uno stigma) che fa di lui l’errore che ha compiuto. Ma si dà il caso, per fortuna, che una persona sia ben più importante dei suoi errori. On-line questo si traduce nell’intelligente pratica di mettere al centro della discussione l’idea espressa dall’interlocutore – giudicata negativamente – e non l’interlocutore in sé (che non è quindi giudicato). L’interlocutore, quindi, non sarà un “deficiente”, un “buffone”, un “cogl***e”, ma sarà semplicemente una persona con un’idea diversa. Così come l’amico “drogato” può un giorno uscire dal tunnel e non essere più drogato, così il mio interlocutore può modificare la sua idea errata “salvandosi” e uscendo dallo stigma. Non è meglio?

Siamo imperfetti. Però…

Abbiamo trattato sei piccoli suggerimenti, tutt’altro che esaustivi. Rita Levi Montalcini diceva che «l’imperfezione e non la perfezione sono alla base dell’operato umano»: ci sarebbe stato spazio per un settimo consiglio, ma è meglio fermarsi al 6, il numero dell’imperfezione per eccellenza, che chiama quel qualcosa che manca per arrivare al settebello. E a noi qualcosina mancherà sempre, anche on-line. Andiamo a cercarlo, senza smettere i tentativi di essere cittadini digitali un po’ migliori giorno dopo giorno.

E che SID ti accompagni!

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