Safari tra i leoni da tastiera. Le 6 espressioni della criniera

Facciamo una premessa: questo è un articolo semi-serio. Significa che vuole fare ridere (è semi-… o anche scemo, in certe sue parti), ma dice cose che fanno riflettere (quindi è anche –serio, seppure a modo suo).

Saliamo su una jeep corazzata e inoltriamoci nella savana digitale dove vivono strani esemplari, i quali non di rado urlano una vasta gamma di parole-chiave che suonano come campanelli d’allarme in una conversazione sui social, termini-ruggito che – una volta letti – ti faranno dire «vale la pena continuare a discutere o sto soltanto perdendo tempo?». Sono la criniera di quelli che simpaticamente vengono definiti “leoni da tastiera”. Ci torneremo dopo.

Pronti? Inizia il safari!

1. «Dove sono quelli che…»

…dicevano che il Coronavirus era solo un’influenza? O coloro secondo cui la Gran Bretagna non sarebbe mai uscita dall’Unione Europea? O quelli che dicevano che «io per te ci sarò sempre»? Siamo di fronte a un chiaro complesso di superiorità, dovuto al riconoscersi detentori di una verità verificata soltanto a posteriori, da spiattellare in faccia ai nemici giurati.

Estrarre un argomento del passato per smentire o rafforzare un fatto posteriore è un atteggiamento che, senza giri di parole, appartiene ai bambini e, in quanto tale, è bene lasciarlo ai giochi per l’infanzia. Ognuno può avere una propria opinione – più o meno sensata – e non è bene rinfacciargliela quando essa si dimostra fallace. Hai presente Nelson, il fastidioso bulletto dei Simpson?

Ha-haaa! [cit. Nelson]

2. «Sveglia!»

Vale anche nelle sue accezioni di prima e seconda persona plurale: «svegliamoci» e «svegliatevi». È la parola di chi ha scoperto il complotto del secolo, una congiura che in confronto l’attentato delle Torri Gemelle era una barzelletta. Solitamente sconosciute, queste persone riescono nella loro fantasiosa e diffidente unicità a smascherare quello che i media mainstream hanno sempre tenuto nascosto. E vogliono gridarlo al mondo, dall’alto dei rispettivi piedistalli scolpiti nel marmo della verità.

Tralasciamo i titoli di studio, il curriculum accademico o la forma espositiva – che spesso si dimostrano, ehm, carenti – e chiediamoci perché usare toni ruggenti quando una qualsiasi teoria, anche la più strampalata, può essere confutata senza per forza ricorrere a riunioni segrete, ammiccamenti sagacemente sgamati, trame da thriller psicologico. E poi siediti e stai calmo, che la sveglia è già antipatica di per sé.

3. «Non ci stanno dicendo che»

Spesso, nelle praterie dei social media, questo esemplare locutorio è stato osservato a passeggio con il precedente. Innanzitutto una domanda: chi esattamente non ci sta dicendo qualcosa? I telegiornali, da sempre venduti al potere nemico? Gli scienziati, schiavi delle case farmaceutiche? La Chiesa, che potrebbe vendere i suoi palazzi d’oro (quali?) per sfamare l’Africa intera (e cosa c’entra?)? La politica, corrotta fino al midollo e oltre?

Riguardo ai media, bersaglio di moltissime di queste critiche, va considerato che ogni giornale o telegiornale risponde al proprio editore, il quale traccia quella che viene chiamata “linea editoriale”: alcuni temi, ritenuti di interesse per il proprio uditorio, hanno più spazio di altri. È normale e, in democrazia, è pure giusto.

Per fortuna noi, esseri umani dotati di intelletto, siamo perfettamente in grado di controllare una pluralità di fonti, il parere di varie testate giornalistiche, l’autorevolezza di una notizia. Perché siamo in grado di farlo, non è vero?

Foto esclusiva dell’ultima riunione del gruppo dei poteri forti, che controlla le sorti del nuovo ordine mondiale. Si riconoscono esponenti delle razze aliene arrivate anni fa sulla Terra, il KKK, persino Elvis Presley (che tutti credono morto, quei sempliciotti…).

4. «Fate girare»

Questa frase è di unica e inderogabile pertinenza di Jovanotti. «Falla girare!» Chi condivide una notizia si assume la stessa responsabilità di quella notizia l’ha creata. E se essa è falsa (o in genere “disinformante”) vale la regola secondo cui «è ladro tanto chi ruba, quanto chi fa il palo», anche se in buona fede.

Prima di condividere una notizia, una storia Instagram, un eclatante messaggio WhatsApp, abbiamo il dovere – nei confronti dei nostri destinatari – di verificare quella notizia e di chiederci se chi la leggerà potrà davvero trarne beneficio.

Infine rispettiamo la libertà dell’alto: utilizzare l’imperativo «Fai/fate girare» è poco elegante. Se ti dicessi «fai questo, fai quello» tu lo faresti davvero?

5. Lobby

Eccola. La parola onnicomprensiva, scrigno di ogni frustrazione. La parola “lobby” è come una scatola che al suo interno comprende i soggetti più disparati: i politici, i partiti, la Chiesa, Big Pharma, Bill Gates, la CIA, gli arbitri, i media, i gay, gli ebrei, Soros, gli industriali, quelli della 4°C, i prof, la Juventus, eccetera.

I patrioti italiani, che hanno a cuore la lingua tricolore, spesso usano (male) l’espressione alternativa di “poteri forti”. Questo avvalora il fatto che, purtroppo, il termine inglese “lobby” (che deriva da “tribuna del parlamento”, tipica di chi assiste a una seduta politica) è oggi connotato di un’accezione negativa.

Bada bene: le lobby esistono e, come per i media, in democrazia è doveroso che sia così. Per “lobby” si intende un gruppo organizzato di soggetti capace di farsi portatore di un medesimo interesse. Una “lobby” è, per esempio, quella dei baristi che desiderano pagare meno tasse per esporre i tavolini all’aperto. Un altro esempio è l’insieme di quelle aziende che producono e vendono armi.

Ci sono lobby sane – come nell’esempio dei baristi – e lobby che perseguono interessi negativi, talvolta camuffati da buoni propositi. Il discrimine, quindi, non è tanto sull’esistenza in sé di una lobby, quanto sugli interessi di cui essa si fa portavoce.

 

6. Fascisti/Sinistroidi

Hai mai sentito parlare della Legge di Godwin? Si tratta di una simpatica affermazione secondo cui «A mano a mano che una discussione online si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler, tende a 1». È ciò che accade quando, in una discussione, gli animi si scaldano fino a che qualcuno estrae dal cilindro accuse dittatoriali («Questa è un’azione fascista!») o spregiativamente connotate («Voi sinistroidi»). Gli effetti negativi sono due:

  1. innanzitutto si sfocia nella squallida dinamica noi/voi, in cui i contendenti vestono le sciarpe di due tifoserie diverse che iniziano a insultarsi, dimenticando l’argomento della discussione.
  2. Si pone l’interlocutore nell’impossibilità di ribattere. Cosa rispondi a qualcuno che ti ha dato del fascista? Se vai sul personale dimentichi il tema di discussione; se resti sul tema ignori la gravità dell’affermazione (e forse è meglio così).

In ogni caso, commenti di questa schiatta denotano la mancanza di argomenti. La Legge di Godwin infatti causa quasi sempre la troncatura di una discussione. E, come sappiamo, a perderci sono tutti quanti.

Legge di Godwin: «Mano a mano che una discussione on-line procede in modo sempre più acceso, la probabilità che uno degli interlocutori citi Hitler o il nazi-fascismo tende a 1».

In conclusione…

All’inizio dell’articolo avevamo lasciato in sospeso una questione: «continuare a discutere o lasciar perdere»? Non c’è una risposta che non sia legata a due grandi virtù: la pazienza e la misericordia, mescolate con un po’ di tempo necessario per “stare lì” a rispondere.

Affermazioni-ruggito come quelle che abbiamo simpaticamente identificato denotano grande povertà comunicativa, la quale si traduce in una povertà di pensiero. Siamo davanti a dei poveri, che con tutta la misericordia possibile – appunto – non vanno mai disprezzati. È come quando qualcuno ti ferma per strada e, con insistenza, ti chiede aiuto. Cosa fai? Riconosci in quella persona (oh: persona!) un bisognoso, che ha una necessità che tu – anche se poco – puoi soddisfare? Oppure te ne vai con stizza lasciandolo nella sua miseria?

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