Quante parole conosci?

Bella domanda. Cento? Mille? Diecimila? Ma soprattutto: perché è importante questo numero, qualunque sia? Tuffiamoci nella libreria e andiamo a cercare due testi che possono aiutarci a capire perché conoscere tante parole è utile, anche sui social.

Quante parole ha l’italiano?

Il primo è un saggio del 2019 intitolato «Potere alle parole», scritto dalla socio-linguista Vera Gheno e pubblicato da Einaudi. L’autrice afferma che l’edizione 2019 del dizionario Zingarelli, uno dei più aggiornati, conta circa 145.000 parole. Eppure:

«questi dizionari non esauriscono tutte le parole dell’italiano, perché sono dizionari dell’uso, ossia descrivono un particolare tipo di italiano: quello usato in questo momento storico. È plausibile stimare che l’italiano sia composto da un numero più elevato di parole, soprattutto se consideriamo quelle obsolete, ossia in disuso, quelle strettamente tecniche, quelle riconducibili a un dialetto e così via.» [Pag. 95]

Secondo l’autrice, l’italiano completo conta tra le 300.000 e il milione di parole. Alla fine degli studi superiori una persona conosce tra le 15.000 e le 30.000 parole. Siamo ben lontani dalle 145.000 parole dello Zingarelli e lo possiamo intuire semplicemente pensando che probabilmente tutti sappiamo il significato di parole come albero o interrogazione, ma non tutti conosciamo termini come desueto, infante, peristalsi o ghermire.

Firenze, ottobre 2019. Un grande dizionario Zanichelli esposto in piazza Santa Croce conteneva oltre 3.000 parole “da salvare”, ossia termini italiani in via di estinzione. Nel dizionario 2020 tali parole sono state etichettate con un ♣. L’iniziativa è stata replicata anche a Torino, Bari, Palermo e Bologna.

Se distruggiamo o dimentichiamo le parole…

Il secondo libro è un grande classico moderno: 1984 di George Orwell (al secolo Eric Arthur Blair, suo vero nome). Nel suo romanzo distopico, il protagonista Winston Smith, dipendente del Ministero della Verità e membro del “Partito”, ha a che fare con termini quali bipensiero, socing, prolet, nerobianco. È la cosiddetta neolingua, inventata e promossa dal Partito. Un giorno, in mensa, Winston incontra il collega Syme con il quale intavola (cos’altro vuoi fare in mensa?) un dialogo interessante.

«Non capisci che lo scopo principale della neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato [un pensiero discordante rispetto a quello del Partito] praticamente impossibile, perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere. Ogni concetto di cui si potrà aver bisogno sarà espresso da una sola parola» […]

«Hai capito, Winston, che entro il 2050 al massimo nessun essere umano potrebbe capire una conversazione come quella che stiamo tenendo noi adesso? […] In effetti, il pensiero non esisterà più, almeno per come lo intendiamo ora.»

Questa word-cloud racchiude le 300 parole più ricorrenti ne «Il piccolo principe», romanzo per ragazzi scritto da Antoine de Saint-Exupery. Il libro conta 2.620 parole “uniche”.

Com’è fatto l’italiano?

Tornando agli spunti offerti da Vera Gheno, la lingua italiana è composta “a strati”:

  • Il primo strato comprende le parole d’uso comune, il “lessico fondamentale” stimato in 2.000 unità. Sono i termini che usiamo più spesso che compongono il 90% dei nostri discorsi.
  • Il lessico “di alto uso” conta ulteriori 2.500 parole, termini che utilizziamo solo in determinati contesti: elettricità, terreno, informatica.
  • Circa 1.900 parole sono classificate “ad alta disponibilità”: termini comuni, ma utilizzati di rado. Per esempio: indagine, approfondimento, rilegare.
  • 70.000 sono i termini comuni, che è più facile sentire che dire: passante, stilare, abbeveratoio.
  • Esiste, poi, tutto un mondo di parole regionali (li mortacci!), derivate da lingue straniere (lager, postare), letterarie (ermo, immemore), settoriali (tabernacolo) o obsolete (probiviri).
  • Non mancano i neologismi, quali petaloso, femminicidio, apericena, infodemia.

Le parole creano il pensiero

La parola è qualcosa che dà “vita” al mondo. Anche nella Bibbia stessa, con il suo linguaggio cosiddetto eziologico (a proposito di parole tecniche…) afferma che Dio ha creato il mondo partendo dalla parola.

Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. [Genesi 1,3]

Venendo a noi, meno parole si conoscono e più è difficile articolare un pensiero. Lo scopriamo quando siamo costretti a utilizzare una lingua non italiana. Immaginiamo che PGR (per grazia ricevuta) i tuoi genitori ti lascino andare a fare una vacanza a Barcellona assieme ai tuoi amici: se non hai dimestichezza con l’inglese (o lo spagnolo… o addirittura il catalano!) allora avrai difficoltà a chiedere indicazioni per la metro, a capire quali pietanze offre un menu, a leggere le indicazioni per entrare alla Sagrada Famiglia.

A proposito di parole… Hai mai giocato a Scarabeo?

Anche se molte delle cose che si leggono on-line ci possono far nascere qualche dubbio, l’uomo per sua natura è dotato di un pensiero infinitamente più evoluto (e profondo) rispetto a qualsiasi altro essere vivente. È una capacità unica in natura: elaborazione di argomenti, collegamenti causa-effetto, associazione della realtà con ideali e valori, persino espressione di sentimenti e stati d’animo.

«Le parole danno forma al pensiero», come saggiamente dice il Manifesto della Comunicazione non ostile. Per poter articolare un pensiero il meno troglodita possibile, è necessario avere dimestichezza con la sintassi italiana (ossia saper comporre delle frasi di senso compiuto) e, soprattutto, conoscere parole. Altrimenti torniamo indietro ai tempi di 1984, in cui si vuol rendere impossibile costruire un pensiero perché mancano i mattoni per farlo. E questo vale anche su web, dove oltre alle solite semplificazioni si possono trovare articoli interessanti (come questo, ovviamente) da capire, testi da utilizzare per lo studio (avendoli capiti a loro volta… ne parleremo), notizie con cui informarsi (capendole, ancora) e, viceversa, possibilità di commentare cercando il più possibile di farsi… capire. La parola serve al pensiero, il pensiero serve a capire.

Come fare? Sfogliare dizionari a colazione?

Non sono appetitosi, fidati. Piuttosto… leggi. Leggi tanto. Leggi on-line, ma leggi anche off-line (libri, il giornale che trovi a casa, ecc.). Come ricorda il buon don Alberto Ravagnani, giovane sacerdote youtuber, in un (laico) filmato in cui invita a leggere per «fare l’upgrade». Cosa questo significhi te lo spiega direttamente don Alberto. Buona visione, buona lettura e… buone parole!

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