«Noi siamo meglio di loro». Quando in rete ci sono le tifoserie

Immaginiamo di parlare di una cosa che, in Italia, muove milioni e milioni di persone: il calcio. Quante volte abbiamo sentito (o detto noi stessi) espressioni del tipo: «voi juventini…», «voi arbitri», «noi squadre di provincia…», «noi non siamo napoletani»? Innumerevoli… anche se non ne facciamo caso. Sono i classici cori da stadio, tipici delle tifoserie più affiatate.

Queste frasi, anche se dette in buona fede e talvolta goliardico, nascondono un pensiero sicuramente migliorabile: si tratta di quell’effetto che possiamo definire «Dinamica noi/voi».

Noi e gli altri: generalizziamo le categorie

Quando ci sentiamo vittime di qualche ingiustizia, ciò che facciamo è cercare un «capro espiatorio», ossia qualcuno a cui attribuire colpe e responsabilità di tale ingiustizia. Per tornare all’esempio calcistico, spesso questa responsabilità ricade sugli arbitri. O meglio, sulla categoria degli arbitri.

Non a caso abbiamo usato la parola «categoria»: per semplificare la complessità del mondo, infatti, tendiamo a suddividere le persone in categorie. Di per sé si tratta di un ragionamento assolutamente normale: «categorie», infatti, sono anche i familiari, gli amici, i compagni di scuola, gli sportivi, i politici, ecc. I problemi, però, nascono in due casi:

  1. Quando demonizziamo una categoria, dandole un’accezione negativa (per esempio «gli arbitri», ma anche «i meridionali», «gli ebrei», «i migranti», «i rom»). In questo caso tutti i membri della categoria nel mirino hanno le medesime caratteristiche, definite a priori: sono dei cloni, spesso contraddistinti da caratteristiche fisiche: il colore della pelle, l’odore, la capigliatura, eccetera. Quasi un pregiudizio.
  2. Quando applichiamo a una categoria di persone il pensiero o le gesta di un singolo individuo. Un esempio calcistico? Se un arbitro sbaglia, tutti gli arbitri sono mediocri. Una generalizzazione un tantino stupida e decisamente fuori luogo, che però – a ben pensarci – applichiamo alquanto spesso: «voi siete così».

Una presunta superiorità del «noi»?

La dinamica noi/voi, in rete, esiste e si realizza ogniqualvolta compaiono commenti o frasi del tipo: «perché voi leghisti…», «noi non siamo come loro», «sono tutti uguali», eccetera. Se anche a te è capitato di pensare o scrivere queste cose, sappi che in quel momento avevi in mano una ruspa per scavare un abisso tra te e le persone appartenenti alla categoria che stavi attaccando. Un abisso è pericoloso, ci puoi cadere, ma soprattutto marca una distanza che rende entrambe le parti più sole e povere, quasi ignoranti. Può causare effetti di echo chamber (ricordi? Ne avevamo parlato…) e alimenta il pregiudizio. In altri termini, diventi un tifoso anche fuori dallo stadio, che – come tutti i tifosi – ti lasci prendere dalla foga e parli (scrivi) senza fermarti a riflettere. Soppesando bene questi elementi, non si tratta propriamente di cose positive… anzi!

Un antidoto: considera la singola persona

Un arbitro può sbagliare a favore di una squadra di prima fascia, così come a favore di una squadretta di periferia. Un meridionale può delinquere così come può farlo un lombardo. Un migrante può avere un animo buono come la signora Maria che dà una mano alla Caritas.

La negatività non è di casa nelle categorie personali, quanto invece nell’animo di chi si volge ad azioni di male. Si tratta sempre (sempre!) di singole persone, le quali talvolta (talvolta!) coinvolgono dei complici. Ma non si può mai affermare che «sono tutti così»: nella vita reale – di cui il web è una parte essenziale – è importante essere sufficientemente intelligenti da poter compiere questo passo: colmare il divario con una «categoria diversa» riconoscendo che eventuali errori vanno imputati alla mala azione di alcuni dei suoi membri, non alla totalità degli stessi.

Anche la tua categoria non è senza peccato, ma questo non fa di te un delinquente.

Abbiamo il coraggio, dunque, di mantenere sempre un atteggiamento di positività sul nostro interlocutore e sulla sua categoria: ne va della pace social(e)!

 

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