Misinformazione: condividere una fake news “per sbaglio” è fare disinformazione?

Si e no. Tanto per essere chiari.

Prosegue con questo post la serie di approfondimenti sul tema della disinformazione. Se non li hai già letti, puoi approfittare degli articoli in cui parlavamo di cosa sia la disinformazione e come (e perché) si possa generare una notizia falsa.

Tornando a noi, in questo post parliamo di quella che in gergo si chiama misinformazione (dall’inglese misinformation, che gioca sulla parola misunderstanding, ossia fraintendimento). La misinformazione è la condivisione di una notizia eseguita in buona fede, senza intenti maliziosi, ma certamente con una gran dose di superficialità e con una scarsa verifica delle fonti. «Condividere è una responsabilità», recita l’ormai celebre Manifesto della comunicazione non ostile, per cui non è errato dire che, nonostante le buone intenzioni, la misinformazione amplifica la disinformazione.

La misinformazione, come ricorda la già citata giornalista e ricercatrice Claire Wardle, amplifica sempre una fake news. Sarà capitato a chiunque di ricevere un messaggio fake su WhatsApp, magari corredato da un successivo messaggio di scuse. Capita. In generale, nel caso del misunderstanding si diffonde una notizia falsa senza sapere che… è falsa!

Quando si capisce l’errore possono succedere due cose:

  • Si dice “ops”, magari chiedendo scusa. Ripetiamo: capita.
  • Ci si chiude a riccio perché si ritiene di avere ragione ugualmente. Se ho condiviso una cosa, significa che è così. La post-verità funziona in questo modo.

Una curiosità linguistica

Il termine misinformazione è un neologismo che ancora non è entrato nel vocabolario italiano. L’Accademia della Crusca, ossia il massimo ente linguistico italiano, ricorda come una parola possa entrare nel vocabolario se ne viene fatto un «uso collettivo per un periodo di tempo significativo». In pratica questa parola esiste senza essere riconosciuta.

Perché condividere in modo istintivo?

Veniamo al sodo. La condivisione in buona fede di informazioni errate è dovuta a fattori psico-sociali: una notizia “sconvolgente”, una news “imbarazzante”, uno “scoop”, eccetera. Nella misinformazione si mescolano la malizia di chi ha creato la fake news e l’impatto emotivo generato in chi, superficialmente, quella fake news non l’ha verificata. Non a caso, infatti, un paio di esempi di disinformazione possono applicarsi alla misinformazione: notizie con titoli ingannevoli o fuorvianti. Sono queste, infatti, le news che tendiamo a condividere immediatamente, senza pensarci troppo. A torto, ovviamente, ma capita.

Come fare per evitare una condivisione sbagliata?

Armiamoci di calma e prima di cliccare su “condividi” contiamo fino a dieci. La soluzione sta nell’approfondire la notizia prima di condividerla. Leggerla con spirito critico, osservare le foto, chiedersi se è realmente plausibile. Applicare, insomma, le tecniche di fact checking. Non ci vuole un eccessivo fiuto per capire quando una notizia può essere falsa o fuorviante: spesso una fake news puzza proprio di bufala!

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