Il linguaggio inclusivo: tra il valorizzare e il neutralizzare c’è di mezzo…

Quello del linguaggio inclusivo – da alcuni chiamato linguaggio neutro – è un tema enorme, che merita di essere affrontato con profondità. Si tratta di utilizzare il linguaggio (nel nostro caso la lingua italiana) in modo da evitare prevaricazioni linguistiche di alcune categorie su altre (il caro e vecchio “maschi contro femmine”… che va bene nel gioco finché si è bambini).

Il campo principale del linguaggio inclusivo riguarda il linguaggio di genere, di cui si parla in questo articolo, ma si applica a tanti altri ambiti (per esempio la disabilità, la galassia LGBT+, ecc.). Sono temi cari a una certa area politica (tendenzialmente sinistra), dalla facile polarizzazione; in realtà il linguaggio inclusivo è un argomento trasversale che mescola studi di linguistica e sociologia e non ha nulla a che fare con variopinte beghe ideologiche.

Reggiti forte e rispolvera le tue vecchie conoscenze di grammatica: qualcosa servirà!

Piccola noticina prima di partire: gli esempi saranno scritti in corsivo e racchiusi tra parentesi quadre.

Un colpo di frusta produce lividure,

ma un colpo di lingua rompe le ossa.

Molti sono caduti a fil di spada,

ma non quanti sono periti per colpa della lingua.

Siracide 28, 18

Che cos’è il linguaggio inclusivo?

Il linguaggio inclusivo è un linguaggio – e fin qui… – che vuole evitare discriminazioni tra i generi maschile e femminile; in particolare, si cerca di ri-equilibrare lo sbilanciamento che storicamente si è creato a favore del genere maschile. Per fare alcuni esempi, si parla di linguaggio inclusivo quando ci si trova davanti a:

  • ruoli professionali ([avvocato, avvocata]);
  • identificazione di donne ([la Von Der Leyen], con l’articolo determinativo davanti al cognome femminile);
  • plurali misti ([gli studenti, studenti/esse]);
  • compilazione di moduli ([Il/La sottoscritto/a]).

Com’è fatta la lingua italiana?

La lingua italiana ha due generi: maschile e femminile. Non c’è il genere neutro, come per esempio nell’inglese ([the student]: è uno studente o una studentessa?). Di norma, nell’italiano i pronomi personali (gli, le, ecc.) e gli articoli (il, la, un, una) si coniugano allo stesso genere del soggetto a cui si riferiscono. Dire [la ministro] è, quindi, un errore.

Il maschile, in italiano, può essere sovraesteso. Significa che se in un insieme di soggetti c’è anche un solo maschio, tutto ciò che si riferisce a tale insieme va declinato al maschile. Per esempio [il leone e le leonesse se ne stanno sdraiati]: la parola sdraiati è maschile, anche se il leone è uno e le leonesse sono molte.

Nell’italiano, inoltre, la forma maschile può assumere i tratti del cosiddetto maschile inclusivo: con un termine maschile è infatti possibile includere anche soggetti femminili. Un esempio? Dire [i miei compagni di classe] è una forma maschile che si riferisce sia ai compagni di classe maschi, sia alle femmine.

La Divina Commedia illumina Firenze, Domenico di Michelino, XV secolo, duomo di Firenze.

La lingua cambia nel tempo

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai in una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

L’inizio della Divina Commedia di Dante può essere davvero tradotto con «Un giorno mi persi in un bosco perché sbagliai strada»? Sì e no. Il concetto (semantico) è lo stesso, ma la composizione della frase (forma sintattica) e le parole usate (forma lessicale) sono completamente diverse.

Una lingua è liquida. Cambia. Si evolve nel tempo. Solo vent’anni fa non avremmo dai usato termini quali postare, crowdfunding, blastare. Oggi è normale, fanno parte dell’italiano targato XXI secolo, quello secondo cui parlare di lessico familiare o lessico famigliare (cioè con gl) è la stessa cosa, così come obiettivo e obbiettivo. Si accettano nuove parole, si modificano parole esistenti, si accolgono nuovi costrutti. La lingua parlata dalle persone fa la lingua stessa.

Non dobbiamo pensare, quindi, che il linguaggio inclusivo sia una sorta di arma propugnata dai fanatici di sinistra per rivoluzionare l’ordine delle cose. Anzi: il linguaggio inclusivo è una forma di adattamento del linguaggio alla cultura in cui tale linguaggio viene utilizzato. Altrimenti saremmo ancora a fare passeggiate nelle selve oscure, sperando di non smarrire la diritta via.

Linguaggio inclusivo di genere

Quando la lingua è discriminatoria?

E veniamo al dunque.

È facile individuare espressioni linguistiche violente – nella forma della frase o nelle parole utilizzate -, ma è più difficile intuire quelle sottigliezze che effettivamente possono essere poco inclusive. Nello specifico si tratta di dissimmetrie grammaticali che sbilanciano il trattamento linguistico di soggetti maschili e femminili.

Alcuni esempi, diciamo, asimmetrici?

  • [L’uomo di oggi] per indicare l’umanità (uomini e donne) del XXI secolo (tecnicamente è una forma maschile non marcata, una forma che, oggi, è ampiamente ritenuta sbilanciata);
  • [Studenti e studentesse sono promossi], con coniugazione al maschile del verbo promuovere riferito sia a maschi che a femmine (si parla di concordanza al maschile);
  • [Gli operai scioperano], intendendo sia operai che operaie (maschile inclusivo);
  • [Il presidente Ursula Von Der Leyen], usando il maschile per un ruolo istituzionale ricoperto da una donna;
  • [Juncker e la Von Der Leyen], con l’uso dell’articolo la solo per la donna e non per l’uomo (come se per l’uomo non sia necessario specificare);

L’italiano permette le formule degli esempi? Grammaticalmente sì.

Ma queste formulazioni si possono migliorare? Storicamente… sì.

Anche quando si utilizza in buona fede – in tutta onestà: quasi sempre – l’italiano standard presenta una serie di espressioni frutto di una evoluzione in una secolare cultura di predominanza sociale maschile (si direbbe androcentrica). La lingua è un elemento che fotografa con estrema precisione la cultura di un determinato popolo in un preciso tempo storico (come dimostra anche il fenomeno di mediatizzazione in corso da un paio di decenni): in una società androcentrica, la lingua è a sua volta androcentrica.

L’emergere delle questioni legate alla parità di genere, nella seconda metà del XX secolo, porta come ovvio riflesso culturale una revisione della lingua italiana, la quale – lo ricordiamo di nuovo – non è fossilizzata in forme stabili nel tempo ma è in continua evoluzione. Di conseguenza, ciò che 10-15-20 anni fa era normalissimo, oggi ha bisogno di un aggiornamento.

Non è sufficiente, dunque, dire o scrivere quattro parole in croce, «tanto si capisce»: l’attenzione a chi sta dall’altra parte si traduce anche in una scelta calibrata delle parole che scegliamo. È la prova che, nella comunicazione, l’abito fa il monaco.

Anche la Chiesa Cattolica ha introdotto il linguaggio inclusivo di genere
La terza edizione del Messale romano in lingua italiana, approvata da Papa Francesco il 16 maggio 2019, è entrata in vigore la domenica di Pasqua 2021 (4 aprile). Contiene formule liturgiche scritte con linguaggio inclusivo.

Anche la Chiesa usa un linguaggio inclusivo

A proposito di abiti e monaci, anche la Chiesa Cattolica ha iniziato a utilizzare un linguaggio inclusivo. Quella che può essere definita l’istituzione in cui i ruoli maschili e femminili sono divisi nel modo più assoluto, ha introdotto dalla Pasqua 2021 la terza edizione del Messale in lingua italiana. Il Messale è il librone che, sull’altare, guida il prete e l’assemblea nel rito della Messa.

All’interno della preghiera del Confesso, nell’atto penitenziale, la formula «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli, che ho molto peccato […]» è stata modificata in: «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle, che ho molto peccato […]». L’aggiunta [e sorelle] si ripete una seconda volta poco oltre. Piccoli segni di attenzione a una nuova sensibilità culturale.

Linguaggio inclusivo o linguaggio neutro? La lingua fa la cultura

Parlando di queste tematiche e addentrandoci nel delicato campo delle identità di genere, può sorgere un dubbio: perché parlare di linguaggio inclusivo? Non è meglio introdurre qualche trucchetto per rendere il linguaggio neutrale rispetto al genere?

Tentativi ce ne sono parecchi (pensa all’asterisco, alla chiocciola e al simbolo ə, schwa), ma va fatta una precisazione: gli approcci in campo sono diametralmente opposti e tracciano due diverse linee culturali.

  • Un linguaggio che punta a essere inclusivo desidera «non lasciare indietro nessuno» e valorizza il più possibile le caratteristiche peculiari: maschile e femminile (e relativi soggetti) ricevono lo stesso trattamento. A essere davvero inclusivi, bisognerebbe considerare anche soggetti che non rientrano strettamente nel binomio maschile-femminile, affrontando così il rischio di un’inclusione talmente ampia da risultare infinita e difficilissima da gestire.
  • Un linguaggio neutro, per definizione annulla le differenze. Maschile e femminile – quindi, di riflesso, soggetti maschili e femminili – diventano la stessa cosa. È la soluzione in assoluto più semplice dal punto di vista lessicale (anzi: forse è troppo semplice), ma dobbiamo ammettere che annullarsi reciprocamente può non essere la strada più corretta.

La lingua fa cultura, crea un pensiero, permette di rappresentare la realtà. Le parole che usiamo, come ricorda il Manifesto della comunicazione non ostile, hanno delle conseguenze. Vale la pena chiedersi, allora, se l’obiettivo dell’uguaglianza percorra le strade dell’annullamento o della valorizzazione delle differenze. Cosa significa uguaglianza?

 

  • Mi è capitato di utilizzare forme grammaticali maschili per indicare anche soggetti femminili?
  • Che cosa, esattamente, mi “suona strano” in parole come deputata, avvocata, muratrice?

 

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