La positività è contagiosa? Sui social media le emozioni sono virali

La parola dell’anno è sicuramente “contagio”. Ma la positività è contagiosa? Bada bene: non certo la positività al coronavirus. Quella sa essere molto contagiosa, ma qui parliamo di uno stile positivo, costruttivo, aperto al dialogo e umile. Uno stile buono. Anche on-line.

Chi dichiara che la positività è stucchevole probabilmente ha qualche conto in sospeso con la propria vita: dove rabbia e malcontento regnano sovrani, purtroppo, tutto appare grigio e tetro. E spesso colora con gli stessi colori desaturati anche i social. Interagire con una persona felice è piacevole, lo sappiamo ma vale anche il contrario: il problema, infatti, è che anche il grigio è contagioso.

Cosa dice «la scienza»?

Nell’ormai lontano ottobre 2014 alcuni psicologi statunitensi hanno pubblicato uno studio intitolato «Prove sperimentali del contagio emotivo di massa sui social network». Un titolo da film dell’orrore, che tradotto in italiano significa che le emozioni di una persona possono essere trasmesse ad altri anche senza che queste ultime ne prendano coscienza. Entra in gioco, ovviamente, la propria rete sociale reale, che sappiamo benissimo essere anche rappresentata anche sui social media.

Questi studiosi si sono posti una domanda: se una persona riduce il numero di post “positivi”, quale sarà l’effetto sui follower di questa persona? E, viceversa, se un profilo pubblica meno post negativi, come reagiranno i suoi contatti?

L’esperimento

Gli psicologi hanno raccolto dati di 689.000 utenti di Facebook (all’epoca era l’unico social media di un certo rilievo, assieme a Twitter), con l’obiettivo di osservare se l’esposizione a post “emotivi” avesse come conseguenza la pubblicazione di post con lo stesso carico emotivo. Gli oltre 3 milioni di post sono stati catalogati in positivi o negativi in relazione ad alcune parole-chiave presenti nei loro testi: bello, buono, triste, cattivo, pessimo, vergogna, eccetera.

Alcuni dei risultati dell’esperimento. Aumentando le parole positive (fascia in alto) si riduce la negatività dei post dei propri follower. Nell’ultimo grafico in basso a destra si vede come al diminuire delle parole positive ci sia un aumento maggiore di negatività nei post degli amici.

I risultati

Lo studio ha prodotto risultati davvero interessanti:

  • La riduzione di post positivi da parte di un utente ha causato un leggero aumento di parole negative nei post dei suoi “amici”. Vale anche il vice-versa: meno post negativi ha comportato l’utilizzo di parole migliori nell’intera rete sociale del soggetto osservato.
  • Avendo analizzato gli effetti su post testuali, si è notato come il linguaggio non verbale (praticamente assente) non sia rilevante nella trasmissione dell’emozione. O meglio: sappiamo che “si parla anche con gli occhi”, ma in questo caso si è evidenziato come “si parla soprattutto con le parole”. Banale? Non tanto, come vedremo tra poco.
  • Una persona può condividere post positivi o negativi. Le interazioni con i post negativi sono decisamente superiori rispetto ai post positivi. Entra in gioco un meccanismo emotivo di autodifesa, per cui «se tutto va bene non serve attivarsi».
  • Persone meno esposte a post emotivi tendono a loro volta a produrre pochi post emotivi. Questo oggi lo vediamo benissimo nelle affiatatissime community di adolescenti su Instagram o su TikTok, dove l’espressione delle emozioni è molto frequente e, di conseguenza, le interazioni sono maggiori. Non così accade, per esempio, seguendo un gruppo di economisti su Twitter. Qui entra in gioco anche una componente non verbale, che all’epoca dello studio non era presente.
  • È falsa la “teoria dell’invidia” secondo cui, banalizzando, osservare post positivi ti fa rodere il fegato per l’invidia.

Cosa possiamo imparare da questo studio?

Un sacco di cose. Innanzitutto teniamo presente che lo studio è stato fatto su post testuali, che oggi sono di gran lunga corredati da oggetti multimediali dall’impatto emotivo molto più forte: immagini, storie, video, podcast. Quindi i risultati dello studio vanno amplificati.

Venendo al sodo, possiamo incidere realmente sull’umore dei nostri followers su Instagram, Twitter, TikTok. Di conseguenza, se abbiamo la luna storta possiamo far girare anche le cose dei nostri contatti. Viceversa, però, se sviluppiamo la capacità di trovare il buono e il bello nelle cose che ci circondano, allora possiamo migliorare la giornata di chi vedrà i nostri post. Ed è davvero significativo: una bella storia su Instagram può trasmettere serenità, gioia, sorrisi. Chi la vedrà starà meglio. Facciamo un esempio: quale delle due foto seguenti – entrambe prese da Twitter – ti stimola emozioni migliori?

Tra queste due immagini – entrambe fotograficamente rilevanti – quella a destra mostra un carico emotivo più positivo. I colori, lo sfondo, il senso di vita e rinascita predominano la scena.

Anche questa è una questione di salute pubblica, oltre che di ecologia della rete. Due temi enormi, nei quali possiamo fare la nostra parte. Come disse la piccola e saggia Madre Teresa di Calcutta, «Quello che facciamo è soltanto una goccia nell’oceano. Ma se non ci fosse quella goccia all’oceano mancherebbe».

  • Cosa provo quando leggo post di indignazione, rabbia, complotti?
  • Sui miei profili social propongo post positivi o negativi?
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