Io e te siamo uguali: diventiamo amici? L’omofilia nelle reti sociali

Sicuramente l’avrai sperimentato anche tu: sui social media si tende a essere d’accordo sempre con le stesse persone. Un po’ perché effettivamente la si pensa allo stesso modo, un po’ perché ci sono degli aiutini (sotto forma di algoritmo… o natura umana!) che agevolano il fatto che chi è simile tende ad avvicinarsi.

C’è una spiegazione: si chiama omofilia.

Chi ha paura della pecora di colore diverso? Omofilia (amore per chi è uguale) vs. omofobia (paura di chi è uguale).

Che cos’è l’omofilia?

Se leggendo questa parola hai pensato all’«omofobia», hai fatto bene: i due termini sono collegati e sono etimologicamente contrari:

  • l’omo-fobia, dal greco, è la «paura di ciò che è uguale»;
  • l’omo-filia, sempre dalla lingua greca, è «amore per ciò che è uguale».

Sgombriamo il campo dagli equivoci: i due termini sono da intendere in senso ampio, non riferendoli solo al mondo LGBT+, in cui – specialmente il primo – vengono ampiamente utilizzati.

In un insieme di persone – diciamo una rete sociale – l’omofilia è il fenomeno per cui se alcune persone condividono una certa caratteristica, allora sarà maggiore la possibilità che esse siano in relazione reciproca.

 

Un esempio… numerico

Guarda l’immagine qui sopra. Ci sono 16 persone (8 maschi e 8 femmine). Immaginiamo che le linee corrispondano a rapporti di amicizia. In questo esempio puoi notare che:

  • Jim è amico di 4 persone, di cui 3 sono di origine africana come lui.
  • Anne è amica di 6 persone, 4 delle quali sono donne come lei.
  • Xi è amico di Lee: entrambi hanno origine asiatica.
  • Laura è amica di 3 persone, di cui 2 sono donne come lei.
  • Tony è amico di 4 persone, 3 delle quali sono uomini come lui.
  • Le donne del grafico hanno un totale di 15 amicizie, ben 9 delle quali tra di loro.

L’esempio è “artificiale”, ma la sua verosimiglianza ci aiuta a far capire ciò che, invece, è frutto di studi scientifici sulla società umana, basata su reti sociali reali: effettivamente ci sono caratteristiche per le quali le persone si “attraggono”: l’omofilia esiste, eccome.

Un gruppo di amiche. Tutte ragazze, con la stessa origine etnica. Sono entrambi elementi che comportano una maggior omofilia.

Diventiamo amici? In che modo le persone si avvicinano

In generale, è corretto affermare ogni essere umano è omofilo, attratto cioè da chi gli/le è simile. Lo hanno teorizzato gli scienziati McPherson, Smith-Lovin e Cook in un lungo articolo, caposaldo di questi studi.

Gli scienziati affermano che le reti sociali (off-line e on-line: ricorda che virtuale è reale) di cui facciamo parte sono composte da persone con cui sentiamo affinità in relazione a determinate caratteristiche. Riportiamo in ordine decrescente i criteri di omofilia individuati dallo studio:

  1. Omogeneità etnica: persone di un certo gruppo etnico tendono a interagire maggiormente con chi appartiene alla stessa etnia. È il concetto che, nella storia, ha portato alla costruzione di quartieri di grande omogeneità etnica, come ChinaTown o LittleItaly. Il problema sorge quando una caratteristica etnica diventa discriminatoria, ma questo non c’entra nulla con l’omofilia.
  2. Omogeneità di sesso: molti tipi di interazioni umane avvengono tra persone dello stesso sesso. In breve, è il motivo per cui gli uomini tendono a compiere azioni simili in compagnia di altri uomini (pensa allo sport o alle amicizie) e le donne tendono a ricercare spesso la compagnia amicale di altre donne. Un altro esempio riguarda gruppi con sbilanciamenti di genere: se ci sono 7 donne e 3 uomini, questi ultimi tenderanno a riunirsi tra loro, perché riconoscono una caratteristica comune (l’essere maschio) che, tra l’altro, li pone in una condizione di minoranza. Tra i bambini, poi, il «maschi contro femmine» è la dimostrazione lampante di quanto l’omofilia sia parte integrante della natura umana.
  3. Vicinanza di età: le persone tendono ad avere maggiori interazioni con chi ha un’età vicina, anche perché si condividono vissuti storici molto simili. Questo tipo di affinità vale anche a livello affettivo/sessuale: la maggioranza delle coppie ha una differenza di età compresa nei 5 anni.
  4. Stessa religione: purtroppo si combattono ancora guerre tra gruppi contrapposti di persone che appartengono a religioni diverse. Ma in generale, l’aspetto confessionale è così radicato in certe persone da diventare decisivo nella scelta di determinate relazioni.
  5. Stessi livelli di istruzione, professioni, classi sociali. Il terreno è sbilanciato sulla cultura e sulla condivisione degli stessi vissuti. In generale, chi ha dei percorsi di vita simili, ha maggiori elementi in comune e… vi si ritrova. In altri termini, è tendenzialmente più facile che un liceale interagisca con altri liceali piuttosto che con un gruppo di studenti di un istituto tecnico.
  6. Status sociale e comportamento. Hai mai notato che in TV i personaggi famosi si conoscono sempre benissimo? È un esempio banale per affermare che la stessa posizione sociale contribuisce ad avvicinare le persone. Se metti 1.000 persone in una stanza, si creeranno dei gruppetti ben definiti: gli estroversi si troveranno d’accordo tra loro e lo stesso succederà per i manager, gli studenti, le suore, le mamme, eccetera.

L’omofilia sui social media

Anche on-line c’è omofilia, ed è basata non su condizioni etniche o biologiche, ma su uno stesso pensiero, comportamento, talvolta religione.

Gli algoritmi dei social media agevolano il fenomeno: purché gli utenti si trovino a loro agio (e spendano più tempo sulla piattaforma), gli algoritmi tendono a selezionare i post e le storie provenienti dalle persone con cui ci sono state interazioni, perché in questo modo aumenta la cosiddetta user experience, ossia l’esperienza positiva nell’utilizzo del social media di turno. In altri termini: se hai messo un like alla storia di un profilo contrario ai migranti, tale profilo (e altri simili) ti comparirà sempre più spesso perché l’algoritmo avrà notato un tuo interesse per i suoi contenuti.

Così facendo, però, si innesca un circolo vizioso:

  1. Trovo un contenuto che mi piace;
  2. Interagisco (like, condivisione, commento);
  3. L’algoritmo memorizza la mia interazione con il profilo su cui è pubblicato tale contenuto;
  4. L’algoritmo mi proporrà altri contenuti e profili simili;
  5. Torna al punto 1.

In questo modo si entra più o meno consapevolmente in una “bolla” frequentata da profili del tutto simili tra loro: l’algoritmo del social media, in un certo senso, si nutre di omofilia. Tecnicamente si chiama assortative mixing ed è un pregiudizio cognitivo: la mente attribuisce maggior fiducia a chi condivide lo stesso pensiero.

Il risultato è che finiamo a interagire quasi solo con persone che la pensano sempre allo stesso modo, spesso senza analizzare in profondità le questioni e rischiando sempre più di scadere nella contrapposizione di fazioni.

Chi la pensa diversamente è fuori dal giro, non capisce niente, è di quelli «buonisti», «juventini», «pro-life», gentaglia a cui viene data un’etichetta impersonale non proprio entusiasmante. Ci si parla e non ci si ascolta, come nei cori da stadio, confondendo la discussione con la raccolta di consensi attorno a una posizione.

È stato riscontrato – in un ulteriore famoso studio – che questo fenomeno è maggiore su Facebook. Ma anche su Instagram è lampante (pensa alle storie, che provengono sempre dagli stessi utenti). Twitter e YouTube non sono da meno, lo avrai notato.

Insomma, le reti sociali reali si specchiano nei social media anche per quanto riguarda la capacità di mettersi in contatto con persone simili. Con tanti benefici (pensa a gruppi interessati a far valere un certo diritto), ma anche molti rischi. Per esempio la polarizzazione. Ne parleremo altrove!

  • Cosa condivido maggiormente con le persone che mi compaiono più spesso sui social media?
  • Finire all’interno di una “bolla” con un unico modo di pensare è un rischio?
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