Inside out ci insegna che cos’è l’hate speech

Hate speech? Letteralmente significa “discorso di odio”. Più semplicemente, violenza verbale o incitamento all’odio. L’hate speech è una delle piaghe della comunicazione mediale. Da cosa nasce? E perché è così pericoloso? Proviamo a capirci qualcosa.

Come siamo fatti… inside?

Hai mai visto Inside Out? Quello che sembra un semplice film per bambini, in realtà nasconde una verità illuminante su… su come siamo fatti noi esseri umani. La nostra psiche, infatti, mantiene alcune aree primordiali uguali in tutti gli uomini e le donne del mondo. Se hai visto il simpatico – quanto illuminante –«Inside out» lo hai appreso in modo divertente: ci sono delle emozioni che potremmo definire «di base», innate in ciascun individuo. Gli studiosi non sono concordi nello stabilire un insieme universale di tali emozioni, ma certamente ne hanno definita una intersezione su cui sono tutti d’accordo.

Le emozioni di base universalmente riconosciute sono: rabbia, paura, tristezza, gioia, sorpresa, disgusto e attesa. Alcune hanno accezione positiva, altre invece sono negative.

L’essere umano, in quanto special guest del grande regno animale, pone particolare attenzione alle emozioni negative: sono quelle che riguardano la sopravvivenza, l’istinto di difesa, l’avanzamento della propria razza (intesa come genere umano). La riprova è data dal fatto che poniamo maggior sforzo emotivo e psicologico verso i fatti negativi che ci accadono: un braccio rotto, un litigio, ecc.

Ne è una prova la famosissima piramide dei bisogni disegnata dallo psicologo statunitense Abraham Maslow: tra i primi bisogni degli esseri umani – appena dopo quelli che possiamo definire “fisiologici”, ossia nutrirsi, dormire e respirare – ci sono i bisogni legati alla sfera della sicurezza. A conferma del fatto che le emozioni negative sono prioritarie nella psiche umana.

Emozioni negative su web

Questo aspetto si riverbera anche nel web, in modo più o meno «indotto». È più semplice generare una reazione quando vengono toccate le sfere di negatività del nostro animo; spesse volte, tale reazione avviene – come eredità della nostra ascendenza animale – quando ci sentiamo in pericolo, impauriti, tristi. È una reazione di difesa: se mi dai un pugno, cerco di difendermi. Se leggo qualcosa che mi indigna, cerco di distaccarmene e, talvolta, di contrattaccare chi mi ha offeso.

Questo aspetto psicologico, unito agli effetti della distanza spazio-temporale di cui è pregno il mondo del web, permette ai più istintivi utenti della rete di esprimersi senza filtri con estrema facilità, entrando nelle conversazioni in modo scomposto, talvolta volgare, finanche violento. È da qui che nasce l’hate speech, quella che abbiamo chiamato «violenza verbale» espressa on-line. Il fatto che, poi, tale violenza sia «indotta» da schieramenti ideologici o politici, è altra storia.

Alcuni screenshot di commenti legati alla vicenda del “Centro stupri”, emersa nel giugno 2020 tra San Daniele del Friuli e Lignano Sabbiadoro.

Come è fatto l’hate speech?

I discorsi di odio si verificano sia nei confronti di singole persone, sia verso alcune categorie sociali: le donne, i migranti, gli omosessuali, gli zingari, gli ebrei, quelli di sinistra, i cattolici, i cinesi, eccetera. Non di rado si incontrano espressioni decisamente violente nei confronti di queste persone (come nell’immagine), oppure nomignoli che, agli occhi del XXI secolo, appaiono quantomeno irrispettosi (pidioti, cattofascisti, froci, troie, negri, terroni, eccetera).

Come evitare la trappola dell’hate speech?

In altri termini: come evitare di utilizzare espressioni violente on-line? Innanzitutto una premessa: se è vero che certe emozioni sono innate nell’uomo – cioè derivano dalla nostra evoluzione come specie animale – è altrettanto vero che siamo animali del tutto particolari: noi umani, infatti, sappiamo (ops: dovremmo saper) governare le nostre emozioni e i nostri sentimenti, riuscendo quindi a dominare l’istinto tipico degli animali. Apparteniamo al mondo animale, ma per molte ragioni siamo molto più che animali, non trovi?

Venendo al dunque, per non cadere nella trappola dell’hate speech è necessario compiere un doppio esercizio:

  1. porre al centro della discussione il tema oggetto del dibattito e non la reazione che tale tema suscita.
  2. riconoscere che un commento scritto «di getto» (o, come si suol dire, «di pancia») è soltanto una valvola di sfogo dell’emozione negativa figlia dell’istinto animale, ma non porta alcun tipo di beneficio alla discussione né alla risoluzione del problema.

Un esempio? Immaginiamo di trovarci di fronte a una dichiarazione del politico di turno. Possiamo reagire in modo scomposto, dichiarando apertamente di essere schifati da tale personaggio o dalla sua dichiarazione; oppure possiamo esprimere il nostro disaccordo cercando una via per potere capire le motivazioni delle sue parole. Sono modi diversi di esprimere la stessa emozione negativa (il disgusto), ma capaci di attivare in noi stessi (e in chi legge sui social) processi di natura opposta: chiusura o apertura, punto o virgola, nero o bianco. Oppure, se vogliamo, hate o interest.

Quale ci rende più «umani»?

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