Impiattiamo le parole. Forma e sostanza della comunicazione

Un giorno entrai dal fruttivendolo. Era estate, un caldo insopportabile. Dentro, al beato fresco di un generoso climatizzatore, splendevano pomodori, angurie, ciliege, eccetera. Girando tra i banchi, ecco una cesta di meloni dall’aspetto non proprio invitante: alcuni erano ammaccati, altri un po’ marcetti, alcuni semplicemente piccoli. Accanto alla cesta, un cartello: «Prezzo di favore: brutti ma buoni!». Saranno anche stati eccezionali, quei meloni, ma ammetto che non azzardai l’acquisto: non si presentavano certo nella migliore delle condizioni e, lo sappiamo, anche l’occhio vuole la sua parte.

Vale per i meloni, vale per gli smartphone (magari eccezionali, ma… accidenti, devono essere belli!), vale per l’abbigliamento, vale per la comunicazione.

Quante volte ci imbattiamo in commenti “brutti ma buoni”, nei quali l’autore dice (o scrive) cose forse anche condivisibili, ma in un modo decisamente sbagliato? Alle volte, quei commenti, li scriviamo noi per primi. Ahia.

Siamo partiti dal fruttivendolo, quindi andiamo al succo: quando si comunica è intelligente operare una distinzione tra la sostanza di un messaggio (ossia «cosa» vogliamo dire) e la sua forma (cioè come lo diciamo). Perché, effettivamente, sappiamo benissimo che c’è modo e modo.

In un messaggio, la forma è sostanza?

Si.

Il tono di una conversazione non equivale al contenuto messaggio, ma lo influenza in modo decisivo: è comunicazione a sua volta. Se su WhatsApp ti scrivessi «Sei uno scemo, perché non sei venuto alla festa?!» è ben diverso se trovassi un messaggio del tipo: «Ti aspettavamo, ieri sera, ci sei mancato!». Pur dicendo esattamente la stessa cosa (l’attesa delusa per la mancata partecipazione alla festa), salta all’occhio la differenza abissale nelle due forme. Cosa penseresti se ricevessi il primo messaggio? Probabilmente ti metteresti in un atteggiamento difensivo: ti chiederesti perché sei insultato, se ti voglio sfidare o cose simili. Se si litiga sui modi, a maggior ragione sui social o in chat, non si va da nessuna parte.

Altro discorso è scrivere un messaggio dal tono più aperto: «Ti aspettavamo…». In questo caso si mostra un atteggiamento decisamente meno impattante e meno violento. Anzi, è quasi un dono verso chi era assente, perché «senza di te la festa non è la stessa».

L’importanza della «prima impressione»

Alle volte pensiamo – sia on-line, che off-line – che sia sufficiente dire ciò che si vuole, esprimendo la sostanza del messaggio. Eppure il contenuto non viaggia mai da solo, viene sempre espresso in una forma di un certo tipo. È importante ricordare che è proprio la forma di un messaggio a generare le sensazioni più importanti, perché più immediate. Il cosiddetto “primo impatto” è un elemento che fa la differenza in ogni ambito: tu avresti speso un euro per dei meloni piccoli, deformi e maculati? Così è nella comunicazione: il “come” si dicono le cose influenza la prima reazione da parte dell’interlocutore e, di conseguenza, il suo umore e la buona riuscita della conversazione.

Per dirla alla Masterchef: di un messaggio conta anche il suo impiattamento. Se vogliamo essere ascoltati, è bene confezionare il contenuto del messaggio in una forma accattivante e accogliente, ascoltabile o leggibile. Soltanto in un secondo tempo, una volta stabilito un contatto amichevole, parleremo della sostanza vera e propria del messaggio.

E bada bene: non succede soltanto nella comunicazione. Pensa a quei poveri meloni…

Chiediamoci:

  • I miei messaggi sui social o su WhatsApp sono curati, scritti bene?
  • Che cosa comunica il modo in cui scrivo (o dico) le cose?
  • Cerco di “impiattare” per bene i miei messaggi, in modo da non allontanare che chi li riceve?
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