Fake news al tempo del Coronavirus. Parola di Pinocchio

Se c’è qualcosa che muta velocemente come il Coronavirus (e come le relative autocertificazioni) sono le fake news sul COVID-19.

Hai notato come sono cambiate nel tempo? Se nei primi tempi le “bufale” erano riferite alla disponibilità di mascherine, alla chiusura delle scuole e a prodotti simili alla preziosissima Amuchina, con il drammatico sviluppo dell’epidemia si è evoluta anche la falsità di alcune comunicazioni che trillano le notifiche del nostro telefono.

Oggi si parla della falsa prevenzione al contagio a opera della vitamina D, dell’altrettanto falso virus creato in un laboratorio cinese nel 2015, fino alla proposta di emissione di nuova moneta sulla base di un inesistente modello svizzero. Alcune sono “bufale” vere e proprie, altra è disinformazione, altro è complottismo (di tutto questo parleremo con calma in seguito). Ma il risultato finale non cambia: rischiamo di farci crescere il naso di Pinocchio.

Perché ci lasciamo trarre in inganno?

Le risposte sono molteplici: innanzitutto, ammettiamolo, abbiamo la pigra abitudine di non verificare le informazioni che ci arrivano, specialmente se siamo poco avvezzi ai mezzi tecnologici. È un limite che questa epidemia può curare: perché non usare il nostro tempo libero per raffinare questa capacità?

Un secondo motivo d’inganno riguarda la plausibilità di tali notizie: molte sono narrate bene, tanto da indurre il lettore a cascarci. Come Pinocchio con il gatto e la volpe. Alzi la mano chi non ha ancora ricevuto il messaggino con la nuova – quinta, plausibile ma inesistente – autocertificazione.

La terza leva è emotiva: in questi giorni ciascuno di noi vive combattuto tra sofferenza e speranza, incertezza e ricerca di sicurezze, paura e desiderio. Il contrasto non è il terreno del dubbio, ma è l’humus dove si radicano notizie a cui abbandonarci proprio in virtù delle emozioni che proviamo, buone o cattive che siano. Se poi ci mettiamo anche un pizzico di rabbia, il mix diventa davvero esplosivo: la rabbia – meglio nota in rete con il termine “indignazione” – è il concime della disinformazione.

Condividere o no?

«Condividere è una responsabilità», recita il Manifesto della Comunicazione non ostile. E quindi assumiamoci la responsabilità che una notizia da noi diffusa via WhatsApp, Instagram, Facebook o Twitter possa raggiungere centinaia se non migliaia di persone. Siamo pronti a rispondere davanti a tali persone – responsabilità significa proprio questo – di eventuali fake news?

E, viceversa, siamo consapevoli di poter fare loro un buon servizio? A informare, nell’epoca dei social media, non sono solo la TV o i giornali: possiamo esserlo tutti. Commentare o condividere su Facebook un articolo ai nostri 500 amici significa metterli nella possibilità di fruire di un’informazione. È una grandiosa opportunità per un buon uso dei nostri profili sui social media. Come Pinocchio, è meglio lasciarsi ispirare dalla Fata Turchina piuttosto che da Lucignolo.

Come difendersi da queste fake news?

Le regole sono sempre le stesse, applicate stavolta al contesto dell’epidemia.

  1. Verifica le fonti ufficiali (ne parlavamo in un altro articolo). Quell’aggettivo, “ufficiali”, è determinante: i siti web e gli account della Regione, del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, della Protezione civile.
  2. Verifica i contenuti, oltre alla fonte. Se un’autorevole testata giornalistica ospita l’intervista a un esponente politico che millanta misure economiche irrealizzabili, la fonte è autorevole ma il contenuto tende al falso. Diffonderlo significa fare da megafono alla disinformazione.
  3. Dubita di quanto arriva da WhatsApp: i messaggi sono il modo più rapido di diffusione delle notizie, ma anche quello meno attendibile. Lo ripetiamo: immagini, file in PDF, decreti e via dicendo vanno reperiti nei siti ufficiali delle istituzioni.
  4. Usare un sano spirito critico verso immagini, filmati, eccetera. E non aver paura ad avanzare domande, anche quelle che sembrano più banali.
  5. Condividere solo ciò che si è verificato. Teniamo a mente che davvero «condividere è una responsabilità» e ci sono responsabilità buone. Un po’ come il grillo parlante. Magari con meno pedanteria.

A proposito: hai mai letto davvero la storia di Pinocchio?

 

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