Posso essere in disaccordo con le mie idee? Dissonanza cognitiva e disinformazione nei social media

Ti è mai capitato di trovarti nella situazione in cui stavi sbagliando qualcosa e qualcuno te lo faceva notare? Probabilmente, nonostante un po’ di tentennamenti hai dato retta alla tua testardaggine, continuando nella tua strada (sbagliata). La tensione che hai provato quando ti hanno fatto notare che stavi facendo un errore si chiama, tecnicamente, dissonanza cognitiva. E, come tante altre reazioni di tipo psicologico, ha importanti riflessi anche sui social media.

Dove? Nella diffusione della disinformazione e, di conseguenza, nei fenomeni di echo chamber e di post-verità.

Quando, in altri articoli, parlavamo di come funziona la disinformazione, ci siamo limitati a un’analisi molto (forse troppo) semplificata, attribuendo la colpa della diffusione delle fake news a misteriose questioni emotive che, a voler essere pignoli, andrebbero accuratamente approfondite. In altre parole, è interessante provare a rispondere alla domanda «quali meccanismi psicologici causano la diffusione di fake news?»

Proviamo ad addentrarci in uno di questi labirinti.

Dissonanza cognitiva: esempio del fumo di sigaretta
È scientificamente provato che il fumo di sigaretta è dannoso sotto vari punti di vista. Tuttavia: mi offri una cicca?

Che cos’è la dissonanza cognitiva?

La dissonanza cognitiva è stata rilevata per la prima volta nel 1957 dallo psicologo statunitense Leon Festinger. Parliamo, quindi, di molti decenni prima dell’arrivo del web e dei social media. Si tratta della tensione psicologica data dal credere a qualcosa che è smentito dai fatti, oppure dalla problematica credenza in due elementi che si contraddicono reciprocamente. Da questa tensione nasce un disagio interiore, perché l’essere umano tende inconsciamente a essere coerente con sé stesso.

Per esempio, sei in uno stato di dissonanza cognitiva quando pensi che la tua squadra del cuore, ultima in classifica, stia giocando bene, si impegni e meriti, pertanto, un piazzamento più dignitoso. La tua credenza (il bel gioco, l’impegno dei giocatori, ecc.) fa a pugni con l’evidenza dei fatti: la triste solitudine dell’ultimo posto in classifica. Le due cose non possono essere entrambe vere o, per lo meno, non del tutto. E questo causa tensione, disagio. Dissonanza, appunto. Un po’ come quando si chiacchiera sui danni del fumo tenendo in mano una sigaretta.

La dissonanza cognitiva si manifesta soprattutto quando siamo così vicini a un certo modo di pensare (un’area politica, un/a influencer, una scuola di pensiero, un credo religioso, un gruppo culturale, ecc.) che il nostro pensiero viene in un certo senso sostituito dal pensiero del gruppo. E quando in questo pensiero collettivo c’è qualche cortocircuito, si innesca la dissonanza.

Cosa c’entra la dissonanza cognitiva con i social media? C’entra, eccome.

Nelle discussioni su qualche tematica particolarmente “calda” – pensa ai vaccini anti-COVID19, ma anche a tematiche di bioetica come aborto o eutanasia, oppure calcio, politica, immigrazione, eccetera – le persone si fanno un’idea legittima della situazione. Per semplificare, diciamo che ognuno si può fare una propria opinione. Quando però si commenta un post su Instagram con un’opinione che contrasta dei dati di fatto, allora si sta evidenziando la propria dissonanza cognitiva sul tema.

Un esempio di discussione con dissonanza cognitiva: i vaccini

Facciamo un esempio su un tema noto. Due persone (Tizio e Caio) discutono sugli effetti collaterali dei vaccini che contrastano il coronavirus.

  • Tizio – «Io non mi vaccino, ci sono troppi rischi»
  • Caio – «A quali rischi ti riferisci?»
  • Tizio – «Se mi vaccino potrebbe venirmi una trombosi [un pericoloso agglomerato che si crea nel sistema circolatorio e può bloccare il flusso sanguigno]»
  • Caio – «Sì, è vero. Ma le probabilità sono bassissime. Il vaccino di Johnson&Johnson ha rilevato 6 casi su 7,2 milioni di iniezioni. AstraZeneca ha valori simili»
  • Tizio – «Davvero il rischio è così basso? Eppure ho ugualmente paura a farmi vaccinare, perché…»

A questo punto Tizio è in uno stato di dissonanza cognitiva: le sue credenze (giustificate, per carità) sulla sicurezza del vaccino non si accordano con i dati oggettivi che Caio ha riportato. E questo crea in Tizio delle tensioni interiori, uno squilibrio che lo mette a disagio. Cosa dirà Tizio dopo quel “perché” finale?

Dissonanza cognitiva e post-verità
Smartphone alla mano, la dissonanza cognitiva può portare a commenti e post in cui un’idea (specialmente se condivisa da molti) prevale su un fatto. Una delle conseguenze può essere la post-verità.

Social media, dissonanza cognitiva e post-verità

Cosa sarebbe potuto succedere se la discussione tra Tizio e Caio si fosse svolta realmente su un social media? La pubblica piazza avrebbe complicato la situazione psicologica dei due interlocutori, perché sarebbero entrate in gioco una miriade di altre varianti (non del virus, ovviamente). Parliamo di fake news, pregiudizio di conferma ed echo chamber, ragionamento motivato, eccetera (cose che, per inciso, potremmo approfondire adeguatamente).

In una versione semplificata, il no-vax Tizio avrebbe potuto scegliere tra due strade:

  1. Tornare sui propri passi e rivedere la propria convinzione alla luce delle evidenze oggettive (i dati reali, effettivi) mostrate da Caio. Ci vuole una grande umiltà per rimettersi in gioco, ma questa umiltà è esattamente ciò che aiuta le persone a crescere e a migliorare le proprie idee. La risposta finale sarebbe potuta essere: «Ho ugualmente paura a farmi vaccinare, perché ho sentito queste storie sulla trombosi e non mi lasciano sereno. Ma se i dati sono così buoni allora mi fido: prenoterò la vaccinazione».
  2. Arroccarsi sempre di più sulla propria posizione, considerando la propria opinione più importante dei fatti riportati da Caio. Addirittura potrebbe ritenere i dati oggettivi di Caio delle fake news, inventate appositamente da chi ha interessi commerciali nella vendita dei vaccini. La risposta finale di Tizio suonerebbe più o meno così: «Ho paura a farmi vaccinare, perché magari finisco per essere uno di quei 6 casi con gravi effetti collaterali. E poi, hai la sicurezza se questi dati siano davvero reali? Magari sono stati manipolati per indurci a dare fiducia ai vaccini. No, grazie, la puntura non la farò.»

In questo secondo caso il comportamento di Tizio contribuisce alla diffusione della post-verità, il pericoloso fenomeno secondo cui le opinioni (della massa) sono più importanti dei dati reali e oggettivi. A maggior ragione se la discussione si fosse svolta on-line, tutto il suo pubblico (che, ricordiamo, è sempre presente anche se se ne sta in silenzio) ne uscirebbe confuso. Alcuni si sarebbero schierati dalla parte di Tizio: sarebbe una vittoria della post-verità e della disinformazione.

Scuola di Atene per spiegare la dissonanza cognitiva
Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, 1511. Al centro dell’affresco, situato nei palazzi apostolici della Città del Vaticano a Roma, c’è Platone che discute con Aristotele. I due filosofi greci hanno introdotto per primi i concetti di doxa ed episteme.

Primo passo: evidenze oggettive o opinioni soggettive?

Il fenomeno della dissonanza cognitiva, riemerso con i social media, è così ampio che possiamo guardarlo dal punto di vista della filosofia (con tranquillità: non servono grandi studi per capire questi paragrafi). Gli antichi filosofi greci, infatti, erano riusciti a distinguere due elementi del pensiero che ancora oggi possiamo analizzare in modo separato:

  • L’episteme (ἐπιστήμη), ossia «ciò che si regge da solo». Con questo termine ci si riferisce alle evidenze reali, i fatti. Oggi diremmo: la scienza. Qualche problemino storico si è verificato con le cosiddette “verità di fede”, che San Tommaso d’Aquino ha infine collocato accanto (e non contro) alle verità razionali.
  • La doxa (δόξα), cioè l’opinione, ciò che potremmo definire un pensiero soggettivo dipendente sia dalla riflessione della singola persona, sia dagli influssi di una massa di persone (per esempio un gruppo culturale favorevole a una certa idea).

Stando davanti a un fatto, il rischio è di interpretarlo confondendo la sua evidenza scientifica (episteme) con l’opinione che ne abbiamo (doxa). Per esempio possiamo ritenere lecito ricorrere alla maternità surrogata (doxa, un’opinione) per il semplice fatto che essa è tecnicamente possibile (episteme: è vero che è scientificamente realizzabile).

Conoscere qualcosa tramite un’opinione non significa essere disinformati, ma vuol dire non avere ben presente «ciò che si regge da solo», cioè il dato scientifico: il ragionamento zoppica vistosamente. È buona norma, invece, partire dal dato reale – che in quanto tale è incontrovertibile, innegabile: la realtà è così e basta – e, su questo, costruire (eventualmente) una propria idea.

Sul terreno di discussione, poi, ci sarà l’opinione, non il fatto scientifico.

L'autocritica contrasta la dissonanza cognitiva
L’autocritica e lo scetticismo sulle proprie idee e sui comportamenti sono un antidoto alla dissonanza cognitiva

Secondo passo: l’antidoto è l’autocritica

Come fare per uscire dal cortocircuito della dissonanza cognitiva, specialmente quando questa può confondere tante altre persone on-line?

Innanzitutto va ricordato che la dissonanza cognitiva ha sempre a che fare con un’opinione (nostra) che contrasta con un fatto o con un’opinione (altrui) più forte. Occorre quindi lavorare sulla propria idea. A questo punto entra in gioco il vacc… ehm, l’antidoto: l’autocritica.

È l’autocritica, infatti, che ti fa dire: «ciò che mi stai dicendo è vero? La mia idea regge alla luce di queste tue affermazioni?». Significa avere il coraggio (perché un pizzico ce ne vuole) di mettere sempre in discussione la propria idea, con l’umile consapevolezza che non si possiede la verità. Men che meno davanti a dati oggettivi e verificati, che richiedono di scindere le evidenze dalle opinioni, l’episteme dalla doxa.

Se le affermazioni del nostro interlocutore fossero fragili, la nostra idea resisterebbe. Ma se, invece, avesse ragione lui?

In questo caso avremmo la formidabile occasione di stemperare la dissonanza cognitiva rendendo il pensiero non più contrastato, ma in armonia, in una sorta di unità interiore. In fondo, è vero o no che – come dice Papa Francesco – l’unità è superiore al conflitto?

 

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo con i tuoi amici!

Licenza Creative CommonsQuesto articolo è distribuito con Licenza Creative Commons BY-NC: scopri cosa puoi fare con questo articolo.