Ma cosa vuol dire “comunicare”?

Dal momento in cui suona la sveglia, tra mugugni e risvegli più o meno bruschi, fino all’istante in cui, la sera, appoggi il cellulare sul comodino, stai comunicando. Anche se non ci pensi, ma stai comunicando. Ogni tanto (capita) comunichi anche a parole, scritte o parlate.

Che cos’è la comunicazione?

Comunicare è trasmettere un messaggio – oggetto della comunicazione – tra due soggetti (chiamati fantasiosamente “A” e “B”). Ovviamente, affinché A e B possano capirsi, il messaggio deve essere trasmesso in modo comprensibile: è necessario avere un codice comunicativo condiviso, un “ponte” che permetta il passaggio del messaggio. Se A strizzasse l’occhio a B, nel nostro mondo occidentale significherebbe che c’è intesa, simpatia, ecc. Se A scrivesse un messaggio con geroglifici egizi, B probabilmente avrebbe qualche difficoltà a capire: la comunicazione fallirebbe, perché verrebbe a mancare il “ponte” tra i due soggetti. Insomma, è necessario “parlare la stessa lingua”.

Si comunica in ogni momento?

Generalmente si pensa che la comunicazione avvenga soltanto a parole, parlate o scritte. E invece no, si comunica sempre, in un’infinità di modi: con un cenno del capo, con il modo di vestire, con le espressioni del volto, con i gesti, con un atteggiamento particolare. Si parla di comunicazione non verbale e comunicazione para-verbale (ne parleremo con calma). Alcuni esempi?

  • Guardare spesso l’orologio denota impazienza o noia.
  • Alzare il dito medio… beh, lo sappiamo.
  • Esclamare ripetutamente “ehm” durante un’interrogazione significa che il tempo dedicato allo studio è stato scarsetto.
  • Guardare nel vuoto denota l’elaborazione di un pensiero, una specie di “work in progress”.
  • Alzarsi in piedi all’ingresso del prof denota rispetto per il ruolo e la persona del docente.
  • Scrivere “qual’è” (con l’apostrofo) denota carenze grammaticali piuttosto imbarazzanti.
  • Uno sguardo accigliato denota sospetto.

Regaliamoci a vicenda (o quantomeno “ognuno porta qualcosa”)

Siamo arrivati alla parte migliore: il significato della parola “comunicare” ci suggerisce, infatti, qualcosa di assai interessante. Comunicare significa condividere qualcosa (dal latino: cum-munus). Munus significa “qualcosa da dare”, o da donare. Nel suo senso più nobile, quindi, comunicare significa darsi qualcosa a vicenda, portando un conseguente arricchimento a entrambi e creando un legame. “Legare assieme”, “Donarsi a vicenda”: la comunicazione è una cosa nobile, che merita di essere trattata come tale. Non a caso, da cum-munus deriva anche il termine comunione, parola che letteralmente significa “partecipare a una stessa cosa”, condividerla (cioè dividersela).

È come avere un po’ di pane da spartire tra coloro che stanno pranzando. Nella comunicazione, quel cibo non compare magicamente al centro del tavolo, ma viene portato dai commensali. Una specie di “cena condivisa”, insomma, in cui ognuno porta qualcosa che possa nutrire sé e altri. La vera comunicazione è questo: nutrirsi a vicenda con una idea o una informazione che prima non si disponeva, in modo che al momento dei saluti ciascuno dei soggetti torni a casa un po’ più ricco. Mica male!

Concludendo, a questo punto è opportuno chiederci:

  1. Che cosa comunico senza parlare?
  2. Il “cibo” (cioè il messaggio) che porto è buono e nutriente per gli altri?
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