Cosa hai fatto oggi a scuola? «Ho mangiato». La DAD un anno dopo

«Io la quinta ora metto su la pasta»

Paolo, 15 anni

Conversazione reale, studente di seconda superiore. Sicuramente non l’unico che, in DAD, approfitta per unire la scuola con altre attività. È ciò che emerge dalla ricerca «DAD, un anno dopo. Fotografia della scuola italiana» realizzata da IPSOS per Parole O_Stili e l’Istituto Toniolo di Milano, una survey che ha coinvolto oltre 3.500 studenti della scuola secondaria di secondo grado e circa 2.000 insegnanti della scuola primaria e secondaria.

Cosa hai fatto oggi a scuola? «Ho mangiato»

Dopo un anno di didattica a distanza, oltre il 40% degli studenti ha percepito un peggioramento nelle proprie attività di studio e il 65% fatica a seguire le lezioni. Il 96% durante la DAD ha chattato con i compagni, l’89% ha navigato sui social media, l’88% ha consumato cibo e il 39% ha cucinato, come Paolo.

«Ci manca la classe»

«Ci manca il senso di classe: non siamo uniti come prima. Figuriamoci noi che siamo in quinta superiore, insieme per l’ultimo anno: un disastro».

Luca, 18 anni

Tra le mancanze più evidenti c’è la distanza “relazionale” tra i compagni di classe e tra studenti e professori: uno studente su quattro ha sofferto un peggioramento del rapporto e del dialogo con l’insegnante. Oltre il 70% ha beneficiato di un rilevante supporto da parte dei familiari, che però hanno dovuto compensare una carenza di competenze tecnologiche.

Ragazzi multitasking. Ma a quale costo?

«Il rendimento scolastico? Una mazzata. Un po’ perché i docenti, all’inizio, avevano poca dimestichezza con la tecnologia; e un po’ perché a casa ci si distrae con molta più facilità».

Giovanni, 18 anni

Si dirà che la DAD ha salvaguardato almeno i contenuti delle lezioni e la trasmissione del sapere. Mica tanto. Per 2 studenti su 3 è peggiorata l’esperienza didattica in sé: è più difficile seguire le lezioni. In aggiunta, è molto più difficile studiare (43%) e fare le verifiche scritte (39%, al netto delle classiche furbate scopiazzanti). I ragazzi ne sono perfettamente consci, tanto che l’83% auspica una modifica delle modalità di didattica a distanza.

Lo fanno anche gli adulti…

Una statistica disastrosa? No, una fotografia assolutamente umana. Normale. Di cosa ci meravigliamo? Lo fanno anche gli adulti!

I “grandi” sono quelli che hanno scoperto le videochiamate solo grazie alla pandemia e, una volta presa dimestichezza, durante le call svolgono mille altre attività. Occhi che davanti alla webcam schizzano da destra a sinistra di monitor da cui esce la voce dei colleghi in riunione, ma sui quali si scorre Facebook – roba da vecchi, ormai – si mandano mail, si consulta Amazon. E ci stupiamo se i più giovani fanno lo stesso?

In realtà nella loro orizzontalità e con le evidenti difficoltà in cui sono stati catapultati, i ragazzi hanno scoperto qualcosa di molto interessante.

C’è del buono, in questo mondo

«Diamo più peso ai rapporti umani. Prima poteva capitare di andare a scuola controvoglia, ora non è così.»

Alice, 17 anni

Oltre a una rivalutazione dei momenti relazionali – come nota Alice -, dal lato didattico c’è un’ottima considerazione delle potenzialità del digitale a scuola, tant’è vero che 7 studenti su 10 ritengono che l’emergenza COVID abbia portato in dote una benefica digitalizzazione scolastica. La metà degli studenti, inoltre, spera che modalità di apprendimento digitale continuino anche dopo la pandemia: non è poco.

Questa tensione verso il digitale deve trasformarsi in un nuovo equilibrio didattico, come afferma il coordinatore della ricerca, prof. Alessandro Rosina: «Sia studenti che insegnanti vorrebbero un maggior uso in futuro del digitale, non in funzione sostitutiva ma come arricchimento dell’attività didattica, in grado di stimolare di più, di coinvolgere in modo attivo, di mettersi in sintonia con nuovi modelli di apprendimento».

Prima della campanella

Catapulta e altalena: in entrambe si parte da terra e si finisce in aria nel giro di un istante, talvolta – come sull’altalena – andando su e giù. La DAD è stato questo: studenti e insegnanti catapultati in un mondo che poi è ripreso in modo altalenante, seguendo le ondate della pandemia, sbalzati dalla terra su cui si può camminare insieme. Dal punto di vista della continuità relazionale e didattica, nulla di più deleterio.

Il limite più grande della DAD consiste nel suo strutturale sbilanciamento sulla trasmissione delle nozioni, a scapito della relazione vera e propria e, se vogliamo dirla tutta, di un insieme piuttosto vasto di soft skills, praticamente dimenticate. Impossibile, in corridoio, scambiarsi uno sguardo tra prof e studenti, difficilissimo fermarsi cinque minuti dopo la lezione per un confronto personale.

Il bisogno di relazionarsi con compagni di classe e docenti parla da sé: paradossalmente ce l’ha fatto capire proprio il digitale su cui siamo ripiegati affannosamente. È opportuno che la scuola – ma anche altre realtà: parrocchie, sport, istituzioni culturali – studino formule per coniugare le doverose precauzioni sanitarie con le altrettanto fondamentali necessità relazionali, insite nell’essere umano.

Per fare questo occorre riequilibrare la bilancia in modo il più possibile im-mediato, ossia limitando la mediazione tecnologica. Siamo altro che insiemi di byte: teenagers che si sono visti gli anni dell’adolescenza sfregiati da un’inaspettata pandemia stanno dicendo di essere in grado di trarre gli spunti migliori per la società digitale del domani. A patto che noi, oggi, ci sforziamo di capire che non si tratta tanto di “mettere dentro” cose nelle loro teste, quanto invece “trarre fuori” ciò che di più bello essi sono, con potenzialità e intuizioni. Educare, in fondo, è questo. Non formare walking D(e)AD.

 

Nota: le citazioni non fanno parte della ricerca IPSOS, ma sono raccolte dall’autore.

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