Cosa ci insegna il maldestro tweet di Daniele Capezzone?

Ha destato scalpore, su Twitter, la recente esternazione del giornalista ed ex deputato Daniele Capezzone, nella quale criticava in modo irriverente l’abbigliamento del neo-ministro alle politiche agricole Teresa Bellanova. Un tweet a cui è conseguita una pioggia di critiche – talvolta eccessive – nei confronti dello stesso Capezzone. Non un tweet sessista – come alcuni hanno sbraitato -, ma un perfetto esempio di comunicazione sbagliata.

Che insegnamento possiamo trarre dall’intera vicenda?

1. Il giusto focus del tweet. Quindi della comunicazione

Il neo-ministro si è presentata al giuramento ufficiale davanti al presidente Mattarella con un vestito blu ondulato, sicuramente appariscente ma tutt’altro che inelegante. Il tweet è partito dall’account di Daniele Capezzone in quello stesso giorno, il medesimo della presa di possesso – da parte della Bellanova – del suo nuovo ruolo di ministro. In altre parole, la comunicazione a lei contraria è prima che ella avesse il tempo di firmare qualsivoglia atto governativo.

Ci piace pensare che i social possono essere utilizzati per sani e proficui dibattiti, che se condotti bene possono davvero far crescere le idee dei partecipanti. In questo caso, però, dobbiamo constatare che il messaggio si è concentrato su un elemento assolutamente irrilevante: non una questione di contenuti (una dichiarazione, un decreto, un discorso), ma… un vestito. Una stoffa. E questo è il primo errore: al centro di una discussione devono esserci le idee, non altri elementi. E le battute, in questo caso, non si addicono. Vediamo perché.

2. L’atteggiamento di un personaggio pubblico (cioè ciascuno di noi)

Il secondo errore, da parte di Capezzone, è stata la semplice pubblicazione del tweet. Ammesso che il vestito del ministro possa anche non piacere, non vediamo il motivo per dare in pasto questo parere – meramente estetico – agli oltre 71mila follower del politico. E, come se non bastasse, utilizzando un linguaggio irriverente. Teniamo presente un dato di visibilità: stiamo parlando di un profilo con – appunto – 71mila follower: una visibilità enorme, visti anche i precedenti ruoli politici rivestiti dal suo proprietario. L’errore è 71mila volte grave.

Non possiamo dimenticare, però, che ciascuno di noi è di fatto un piccolo personaggio pubblico: i tweet, i post su Facebook, le storie su Instagram, possono potenzialmente essere visualizzati da migliaia e migliaia di persone. Bastano un paio di condivisioni da parte di chi – nella rete sociale – riveste il ruolo di hub (una specie di influencer) e il gioco è fatto. Detta in altri termini: la “disavventura” è successa a Capezzone, ma al suo posto ci sarebbe potuto essere chiunque.

3. Quando bloccare un utente?

La vicenda, però, non si è fermata qui. Alle molte critiche negative, l’account di Capezzone ha risposto bloccando tempestivamente i vari utenti che hanno osato esprimere un parere diverso, compreso chi non ha interagito direttamente con il suo tweet.

Anche qui sorge la domanda: in caso di critiche negative il blocco è la soluzione migliore? Per cosa è pensato il blocco di un account? Un’azione di questo tipo implica l’impossibilità di interagire e di visualizzare i reciproci tweet, quindi impedisce di fatto lo scambio di idee. Per quanto alcune opinioni possano sembrare bizzarre o lontane dalle proprie, il blocco delle stesse è sempre una limitazione della libertà di parola. Se consideriamo, inoltre, che diversi commenti sono stati scritti in buona fede e con una forma garbata, il patatrac è compiuto.

Questo aspetto contribuisce a irrigidire la “bolla” in cui l’account di Capezzone vuole – sottolineiamo la volontà – rinchiudersi. Una bolla, in gergo, è una sotto-rete sociale in cui tutti i membri condividono le stesse idee. Con il blocco dei vari utenti “dissidenti”, l’echo chamber – cioè la camera virtuale in cui rimbalzano sempre e solo le stesse idee – è bella e servita. Alla faccia del dibattito.

4. Un episodio contro-educativo

Non soltanto diseducativo, ma decisamente contro-educativo. Si è trattato, infatti, di un episodio di cyberbullismo vero e proprio, degno del più irritante bulletto della scuola elementare. In un tempo in cui ci si sforza in ogni modo di educare i più giovani all’uso consapevole della rete, un episodio di questo tipo è l’ultima cosa di cui c’era bisogno.

Inoltre, in un clima politico così teso e contraddistinto da schieramenti spesso più simili a tifoserie da stadio piuttosto che a persone che discutono di temi politici, è davvero opportuno alimentare la divisione con tweet che hanno l’aria del più tipico degli sfottò della curva nord?

Insomma, anche qui nasce un quesito: in che modo un personaggio pubblico può essere un buon esempio di stile?

5. Si condanna il peccato…

…ma non il peccatore. Tutto sommato. La speranza è riposta nel fatto che non sia stato il politico in prima persona a compiere questi grossolani errori, quanto invece un incaricato alla gestione dei suoi profili social. Questo non toglie la gravità dell’errore, ma alimenta la speranza che la persona Daniele Capezzone – comunque un giornalista e un politico di livello nazionale – non si sia irrimediabilmente votata alla mala comunicazione. Vogliamo crederlo anche noi, augurandogli sinceramente ogni bene.

Anche in questo post ci siamo permessi di giudicare (anche pesantemente) i suoi gesti, ma non la sua persona. Riteniamo sia questo il modo di procedere: condannare il peccato, ma salvare il peccatore. Auspicando non giustificazioni, ma, semplicemente, umili scuse: il filo migliore per ricucire gli strappi. A proposito di stoffe.

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