Qual è il legame tra il Coronavirus e le reti sociali?

Come avrà fatto il famigerato Coronavirus a partire da Wuhan, una remota – seppur enorme – città della Cina e diffondersi in tutti i continenti, giungendo pure nei nostri paesi o in Islanda? Le variabili da tirare in ballo sono moltissime: l’elevata mobilità delle persone, i parametri di trasmissione del contagio, eccetera.

In principio c’è la relazione

Alla base di tutto c’è un social network. Anzi, il social network, ossia la rete sociale di cui tutti quanti siamo parte. Non stiamo parlando di un’applicazione di social media scaricata sul proprio smartphone (bada alla differenza dei termini), ma al fatto che ciascuna persona è parte di una rete sociale che coinvolge tutte le donne e gli uomini del pianeta, connessi da relazioni di tipo familiare, affettivo, professionale.

La famiglia è una sotto-rete sociale, i contatti di lavoro sono un’altra sotto-rete sociale, gli amici un’altra ancora e via dicendo. Uno degli affascinanti misteri del nostro tempo è il modo con cui alcuni elementi – pensiamo alle informazioni… ma anche ai virus – «contagiano» le persone viaggiando in una rete sociale sempre più stretta.

Com’è fatta una rete sociale?

Ogni rete sociale – quindi anche la rete sociale «globale» – è composta da persone che vantano un diverso numero di legami sociali con altri individui. Alcune persone hanno più contatti di altre, per il semplice fatto che si tratta di persone più conosciute, più famose, più impegnate. È il caso dei politici, degli sportivi, dei sacerdoti, di chi ai propri incontri raduna un elevato numero ascoltatori, eccetera. Se parlassimo di social media (Instagram, Twitter, Facebook, ecc.) diremmo che si tratta degli influencer della rete, un termine che – a display spenti – nella scienza delle reti viene genericamente tradotto con «hub». Una «persona-hub» è una persona con tante relazioni.

Strutturalmente le reti sociali contano un bassissimo numero di «hub», a fronte di una quantità elevata di «persone normali», coloro i quali in una giornata entrano in contatto stretto con 20-30 persone al massimo. Tecnicamente si dice che quella sociale è una rete «a invarianza di scala».

Aprendo una piccola parentesi, è interessante notare come le reti sociali «virtuali» – quelle che costruiamo con i nostri following/followers sui social media – stiano ricalcando fedelmente le reti sociali «reali»: significa che il modello della rete è diffuso e vi si possono applicare studi condivisi.

Rappresentazione grafica di una rete sociale, in cui i «pallini» sono le persone. Si nota come ci siano poche persone «centrali» (gli hub) e molte «periferiche».

Il virus nella rete

Cosa c’entra questa piccola divagazione con il Coronavirus? Il legame esiste, eccome. Come nei social media un’informazione trasmessa da un «influencer» ha la possibilità di raggiungere milioni di persone, così nella vita reale un «influencer/hub» contagiato con una qualsivoglia malattia infettiva può a sua volta contagiare un numero elevato di altre persone.

Scientificamente parlando, infatti, in caso di epidemia gli «hub» della rete sono le persone a cui sottoporre le misure di sicurezza più stringenti. Facciamo un esempio: in Friuli Venezia Giulia l’epidemia ha iniziato a diffondersi in seguito a un convegno universitario in cui è intervenuto un relatore piemontese risultato successivamente positivo al tampone da Coronavirus. Quel relatore era una sorta di «hub» di questa sua sotto-rete sociale di natura accademica.

La forza dei «legami deboli»

Un altro elemento della rete sociale da tener presente in caso di epidemia sono i cosiddetti «legami deboli». Si tratta di quei legami che vengono attivati raramente, per esempio andando ogni tanto a trovare un parente lontano o conoscendo persone durante un viaggio estemporaneo. In questo caso è possibile che il soggetto stabilisca un legame con una sotto-rete sociale in cui già sta circolando un virus.

Sono proprio i legami deboli che hanno permesso che il Coronavirus uscisse da Wuhan e contagiasse il mondo intero: alcune persone si sono recate nella metropoli per una visita ai parenti (il virus ha iniziato a diffondersi nel periodo del capodanno cinese) o per una trasferta di lavoro. Tali persone, una volta rientrate a casa, hanno fatto sì che quel «legame debole» della rete sociale facesse da veicolo al virus, il quale ha avuto modo di diffondersi in una nuova appetibile sotto-rete sociale. Per questo motivo è opportuno evitare temporaneamente i viaggi e gli aeroporti: sono le circostanze in cui il virus approfitta dei legami deboli, attivati proprio in queste circostanze «di passaggio».

Rompiamo la rete. Per ora…

Quello della diffusione del virus è un caso in cui la scienza delle reti può dire la sua per aiutare a limitare il contagio. E se il parallelo con i social media è immediato, l’importante è ricordare che l’epidemia non coinvolge un virus informatico, ma un virus che sguazza nelle relazioni reali che instauriamo. Armiamoci di pazienza: nelle limitazioni abbiamo l’occasione di riflettere sul valore di ciò che ci viene limitato.

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