Che cos’è l’analfabetismo funzionale?

Sui social puoi scrivere tutto quello che vuoi! Che gran cosa, che sublime gesto di libertà! E se qualcuno non capisce, pazienza: è un asino, un pirla, un #@&$!

Calma.

A proposito di scrittura e di parole, ricordi quando parlavamo proprio di loro? Dicevamo che l’ampiezza del nostro vocabolario può descrivere al meglio il nostro pensiero. In altri termini: più parole conosci, meglio puoi dire ciò che pensi o ciò che provi. Vale anche il contrario, ovviamente, con il rischio di cadere in quello che viene chiamato analfabetismo funzionale.

Che cos’è l’analfabetismo funzionale? Significa che non so leggere?

Appunto. No. Essere analfabeti funzionali non significa essere “analfabeti e basta”. E non vuol nemmeno dire essere stupidi (anche se, in effetti, lo si può sembrare). L’UNESCO (quindi un ente con una certa autorevolezza) definisce l’analfabetismo funzionale come

la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità.

In parole semplici: hai davanti un testo, lo sai leggere (quindi non sei analfabeta) ma non capisci cosa ci sia scritto.

Dramma.

Perché succede questo? Ragioniamo: potresti non conoscere il significato di certi termini, non riuscire a fare certe associazioni mentali, essere semplicemente distratto o non interpretare spontaneamente ciò che hai letto dandogli una valutazione. Parliamo dell’argomento del testo, non di chi l’ha scritto.

Imbarazzante? Forse. Ma la cosa “si cura”.

Come? Con la lettura tenace, l’informazione di qualità, la curiosità e l’umiltà di dire «non ho capito questa parola o questa frase: ne cerco il significato». E questo è tutt’altro che stupido. Ci siamo fino qui?

Stai capendo ciò che leggi?

Italiani campioni del mondo (al contrario)

Udite, udite: l’Italia è prima in una classifica internazionale. O, per meglio dire, è ultima. Secondo una ricerca (non recentissima) di Human Development Report, infatti, nel nostro paese si registra il più alto tasso di analfabetismo funzionale al mondo: secondo il report, il 47% degli italiani tra 16 e 65 anni è un analfabeta funzionale. Significa che la metà dei lettori di questo post – o di un articolo di giornale o di una news on-line – non capisce ciò che sta leggendo.

Parlando dei soli studenti, una ricerca più recente dimostra inoltre che pochissimi giovani raggiungono elevati livelli di comprensione di un testo.

Se tre indizi fanno una prova, citiamo anche gli ultimi dati ISTAT sull’istruzione, secondo cui circa il 40% degli italiani 25-64enni non ha un diploma e, tra i diplomati, uno su quattro è NEET (sai cosa vuol dire?).

Ci siamo fino qui? Speriamo di sì.

Imbarazzante? Questo decisamente sì.

Analfabetismo funzionale sui social media

Tutto questo bel quadro viene incastonato in una cornice fatta da una quantità sempre crescente di informazione immessa sui social media: tanta informazione e poca capacità di comprenderla, per lo più in tanto tempo: ogni giorno un italiano trascorre 6 ore in rete, di cui quasi 2 sui social media.

Tanta informazione fruita in tanto tempo, ma poco compresa: un mix esplosivo, che favorisce disinformazione e post-verità. Ci siamo anche fino qui?

Facciamo un disegnino per capire meglio la questione. Immaginiamo di dare un punteggio a due variabili:

  1. La tua capacità di comprendere un testo (rappresentata sull’asse orizzontale: più sei abile a comprendere un testo, più ti posizioni verso destra sul grafico);
  2. La tua propensione alla condivisione di post sui social (asse verticale: più sei un condivisore seriale, più ti posizioni in alto).

Così facendo individuiamo quattro personaggi tipici del web, con diversi livelli di analfabetismo funzionale (e di utilità sociale):

  • Il sereno ignorante. Sa di non sapere, ma non fa nulla per migliorare il suo analfabetismo funzionale. Per contro, è un bene che non utilizzi i social media: potrebbe condividere cose che non capisce, aiutando altri a non capire e creando solo confusione.
  • Il diffusore di fake. Nota figura dei gruppi WhatsApp, è una persona che capisce poco ma parla (condivide) tanto. Di conseguenza ciò che posta è quasi sempre spazzatura informativa, news complottiste, disinformazione, eccetera. Questa figura tipicamente permalosa non ammetterà mai di avere un elevato livello di analfabetismo funzionale, anzi: sono sempre “gli altri” a doversi svegliare.
  • Il sapiente taciturno: è colui/colei che legge molto, si informa e comprende in profondità le questioni del nostro tempo. Ma le tiene per sé, o meglio: non le condivide sui social. Magari ne parla a tavola o al bar, con gli amici o i compagni di squadra, ma diffida da Instagram, Twitter o altro. Eppure ha tutte le carte in regola per migliorare l’ecosistema della rete… studia ma non si applica.
  • Il divulgatore, una sorta di Alberto Angela della rete: conosce le cose di cui parla, perché le ha studiate e approfondite. E quindi… ne parla, appunto. In questo moto potrebbe aiutare altri a capire meglio come gira il mondo. Diciamo “potrebbe” perché la comunicazione non è fatta solo dai contenuti, ma anche dalla forma espositiva. C’è differenza tra la comunicazione del virologo Roberto Burioni, molto competente ma talvolta impulsivo, e il pacato Alberto Angela.

Ci siamo anche fino qui?

Se dovessi pensare a te (e senza dirlo a nessuno): dove ti posizioni?
Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo con i tuoi amici!

Licenza Creative CommonsQuesto articolo è distribuito con Licenza Creative Commons BY-NC: scopri cosa puoi fare con questo articolo.