Che cos’è Clubhouse?

Online è sulla bocca (ops, sulle tastiere) di tutti. Ma non su tutti i display. Parliamo di Clubhouse, il nuovissimo social media nato ad aprile 2020 dalle menti di Paul Davison e Rohan Seth, ex dipendenti rispettivamente di Pinterest e di Google.

L’idea di fondo è semplice: creare un social media basato sulla voce. Addio foto, video e testi: chi desidera pubblicare deve avere qualcosa da dire, avviare una “stanza”, e… parlare. Tutto rigorosamente in diretta, senza possibilità di registrare o ri-ascoltarsi. Ecco spopolare aperitivi digitali, “stanze” culturali, chiacchierate sportive. Chi desidera intervenire clicca sul tasto per “alzare la mano”, prenotando la parola. Il tutto usando soltanto la propria voce.

I motivi di un exploit

Come tutte le favole digitali, anche Clubhouse è nato come una piccola start-up con un investimento iniziale relativamente ridotto, nell’ordine dei 12 milioni di dollari. Un mare di soldi per noi comuni mortali, ma briciole nel mondo digital.

Non più tardi di un paio di settimane fa, a metà gennaio 2021, la venture capital Andreessen Horowitz, dal paradiso della Silicon Valley californiana, ha investito ben 100 milioni di dollari nella nuova start-up, favorendone così la diffusione globale.

Difficile dire quanti siano gli utenti italiani: da diversi giorni non si fa altro che parlare di questa nuova app. In Italia è nato un gruppo su Telegram, denominato “#Clubhouse Italia official”, che raduna curiosi e nuovi utenti. Ma entrare a far parte di questa nuova community è tutt’altro che semplice.

Il successo? L’esclusività

L’uso della voce, dopo quasi due decenni di dominio incontrastato dell’immagine, è già di per sé una rarità. Anzi, una vera e propria chiccheria digitale, condita da una serie di ulteriori fattori che se da un lato rallentano la diffusione di massa di Clubhouse, dall’altro non fanno che aumentare l’aura di curiosità attorno a questa nuova app.

Non puoi accedere se non hai un iPhone. L’applicazione infatti non è ancora disponibile sul PlayStore o Microsoft Store, i grandi “centri commerciali” di applicazioni per telefoni Android o Windows. Solo Apple store.

Come se non bastasse, a Clubhouse si accede su invito. Come nei circoli più esclusivi, un utente membro della community di Clubhouse può invitare due altri amici a “entrare nel club” e a unirsi alla community. Questo aspetto garantisce un’elevata selezione dell’utenza – chi vìola le regole viene espulso da Clubhouse, e con lui anche chi ha invitato il malintenzionato –, ma obiettivamente rischia di creare un’utenza eccessivamente di nicchia, un’élite da spunta blu che chiacchiera a bordo piscina sorseggiando un Martini.

Non hai un iPhone o un iPad? Ciaone!

Quali prospettive?

Al momento è impossibile definire una traiettoria di successo o insuccesso di Clubhouse. Sicuramente le sue controverse scelte lo stanno rendendo un oggetto del desiderio da parte di mezzo internet, attratto da qualcosa di nuovo ed esclusivo. Tuttavia, pare che non manchino ampi margini di miglioramento alle funzionalità (una su tutte: l’impossibilità di registrare, quindi di ascoltare in di alcune conversazioni) e, soprattutto, alla modalità di diffusione.

In fondo, se è vero che “metterci la voce” significa mettere a nudo i nostri pensieri e il modo di esprimerli, delineando di fatto noi stessi, nel 2021 dei grandi sconvolgimenti digitali non possiamo non domandarci: abbiamo davvero bisogno di ulteriori giocattolini digitali?

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo con i tuoi amici!

Licenza Creative CommonsQuesto articolo è distribuito con Licenza Creative Commons BY-NC: scopri cosa puoi fare con questo articolo.