Boom dei podcast. Tu quale ascolti?

Correva l’anno 1895: Guglielmo Marconi trasmise il primo messaggio radio. Altri tempi. Oggi, 126 anni dopo, possiamo affermare senza timore che i media basati sulla voce godono ancora di sana e robusta costituzione. Anzi, si direbbe che sprizzano di salute.

Guglielmo Marconi (1874-1937), inventore della radio.

Lo possiamo affermare non soltanto per la radio, ma per tutto quel grande continente del nostro caro mondo digitale chiamato “podcast”, un termine che indica file multimediali – tipicamente audio – disponibili su richiesta. Quando? Quando vuoi, potenzialmente sempre. Ed ecco i podcast di sport (per esempio i GazzaTalk della Gazzetta dello Sport), filosofia (come Rick DuFer e il suo Daily Cogito), intrattenimento (uno su tutti Muschio Selvaggio, con Fedez e Luis), letteratura (come gli ottimi podcast di Iperborea), eccetera.

Il podcast è giovane

Secondo l’edizione 2020 della ricerca “Digital Audio Survey” di IPSOS , proprio nel 2020 il 30% degli italiani tra 16 e 60 anni connessi in rete ascoltava regolarmente podcast. La pandemia da Coronavirus ha fatto compiere un balzo in avanti agli ascoltatori, che rispetto al 2019 sono cresciuti del 4%.

E non si pensi che ascoltare sia una “roba da vecchi”: il 52% dei fruitori ha meno di 35 anni. I millenials (e ancor di più la Generazione Z) sono la generazione abituata al cosiddetto multitasking: fanno più cose contemporaneamente. Non a caso, sempre secondo la citata ricerca IPSOS, il 77% degli ascoltatori clicca sul tasto “play” mentre è intanto a fare altro: lavorare, cucinare, guidare, andare in bicicletta. Qualcuno anche – ehm – mentre studia altro.

Ti ascolto quando voglio

Un indubbio punto a favore del podcast è la sua radice etimologica: POD, ossia “play on demand” (come il buon vecchio iPOD della Apple. Altri tempi, anche qui). In altri termini, ascolti quando vuoi. Non è necessario essere sintonizzati esattamente a quel giorno a tale ora, ma ci si connette quando si può.

Se ci pensiamo bene, oggi come oggi questo ragionamento ha perfettamente senso: in un’epoca in cui non c’è più un unico modello di vita sociale, questo aspetto è determinante per il successo di trasmissioni basate non sulla cara vecchia diretta sincrona («Vi aspetto stasera alle 20.30»), ma sul nuovo paradigma della disponibilità («Se volete ci sentiamo stasera alle 20.30, ma potete riascoltarci anche in seguito»): si rende disponibile un contenuto per la sua fruizione quando si vuole, mediante piattaforme apposite come Spreaker, Audible, Spotify, Google Podcasts. Esattamente come per i video su YouTube o i film su Netflix, sentinelle digitali del nostro tempo.

Facciamo un podcast?

Bella idea! Ma non è per nulla semplice. Realizzare un podcast, come ricorda saggiamente il giornalista di Avvenire Gigio Rancilio (guarda caso in un podcast) richiede una certa cura.

  • Innanzitutto bisogna trovare un argomento conosciuto alla perfezione: sport, libri, religione, filosofia, cucina, escursionismo, pesca, ecc. Di questo argomento se ne potrà parlare per diverse puntate. Insomma: bisogna essere esperti e, meglio, appassionati;
  • Serve un po’ di attrezzatura: un PC/Mac, un buon microfono (per favore: non usare il microfono incorporato), un software di registrazione… e un ambiente silenzioso. Se sono previsti ospiti, è bene fornire loro un microfono ulteriore, con mixer a supporto;
  • Prepara ciò che devi dire. È bene scrivere ciò che vuoi raccontare. Non servirà necessariamente leggere, ma la puntata quantomeno avrà un filo logico. E chi parla non si perderà in discorsi senza capo né coda;
  • Ci vuole una buona parlantina. I podcast peggiori sono inframmezzati dai vari ehm, beh, insomma, cioè, ecc. In una parola: inascoltabili.
  • Serve curare il dettaglio: le musiche di sottofondo (ben calibrate nei volumi), effetti sonori, pause nella narrazione, inserti di altri podcast e via dicendo.
  • Come distribuire i tuoi podcast. La soluzione migliore è optare per una delle piattaforme citate al paragrafo precedente, magari creando profili ad hoc sui principali social media per aiutare la conoscenza del nuovo podcast.

La voce al tempo dell’immagine: paradossi digitali

Che il web sia un terreno di paradossi, è cosa nota. E forse fa parte del suo fascino. Nel nostro caso è interessante notare come questo boom dei contenuti audio avvenga in un tempo in cui tutto è immagine, tra foto e storie su Instagram e mini-video su TikTok. Che la voce non sia stata fagocitata dall’immagine è un sintomo del bisogno di autenticità che ancora ci chiama a rapporto con la realtà. E non è un caso che Clubhouse, l’ultimo arrivato nella grande famiglia dei social media, non sia altro se non una piattaforma in cui ci si siede in cerchio senza vedersi, scambiandosi pareri e riflessioni in modalità esclusivamente vocale.

Stiamo re-imparando ad ascoltare?

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