A chi ti rivolgi quando pubblichi sui social? Personaggi pubblici e maggioranza silenziosa

Sarà successo sicuramente. Tutti lo fanno e tu non sei da meno. Tutto a posto: è normale.

Parliamo di quando hai dato un’occhiata al numero di persone che hanno guardato il tuo post su Instagram, la tua storia, il tuo video su TikTok. O che hanno letto il tuo tweet.

Mediamente i nostri post raggiungono un numero di persone molto inferiore alla quantità di follower che abbiamo. Solo per fare alcuni esempi, empiricamente (cioè sperimentando un po’) puoi notare che:

  • Un tweet, anche con immagini (quindi con un impatto visivo maggiore) viene visualizzato in media dal 10-15% dei followers. Salvo che non sia un tweet di risposta a un profilo “vip” o non contenga hashtag in tendenza;
  • Un post su Instagram ha circa le stesse percentuali: 10-15% dei followers, alle stesse condizioni;
  • Una storia Instagram ha valori mediamente più alti, aggirandosi tra il 20% e il 30% dei followers. Le storie piacciono, c’è poco da fare;
  • Un post sul caro vecchio profilo personale su Facebook può raggiungere il 25%. Tuttavia il grafo (cioè la struttura) di Facebook è diverso rispetto agli altri social media, con conseguenze sulla visibilità dei post. Se aggiungiamo un’età media sbilanciata ormai sui boomer dal like facile, la percentuale può salire facilmente.

Attenzione: stiamo parlando di visualizzazioni, non di interazioni. Non consideriamo, quindi, i like, gli share, i retweet, i commenti. Anche perché i numeri in questo caso crollerebbero drammaticamente.

Ed eccola arrivare, la social-depressione. Ma perché continuare a pubblicare sui social se i numeri sono così bassi?

Questione di algoritmo

Perché succede questo fenomeno? La risposta ha natura tecnica: dipende dall’algoritmo del social media.

In sintesi, l’algoritmo si sostituisce a noi per gestire l’enorme mole di post prodotti quotidianamente dai nostri 500-1.000-n contatti social. Non potendo gestirli di persona (sono troppi!), l’algoritmo effettua una selezione basata sui contenuti e sugli utenti con cui abbiamo avuto più interazioni in passato, con l’obiettivo di migliorare la nostra esperienza di utilizzo del social media.

Hai messo il cuoricino a un video di calcio? Bene, preparati a sorbirti decine di filmati calcistici.

Hai commentato un paio di post del tuo amico Toni? Bene, i post di Toni compariranno più spesso nella mia bacheca.

Guardi spesso le storie di Chiara Ferragni? Bene, la Ferragni comparirà sempre tra i primi profili da cui vedere storie.

E questo vale anche per gli altri. Easy. È automatico. Algoritmo.

Ma quanto è il mio 10%?

Calcolo facile. Se – per esempio – hai 400 follower, il 10% consiste in 40 follower. Grazie all’algoritmo, essi saranno i follower più “vicini” a te, quelli che interagiscono più spesso con i tuoi post.

Fermi tutti: 40 persone sono 40 persone. Non è affatto poco! Ci hai mai pensato? È un numero che non si può paragonare alla quantità di followers, perché ha un significato essenzialmente diverso: da un lato c’è chi è tecnicamente connesso al tuo profilo (followers) e potresti non vedere da anni, dall’altro c’è chi ha una certa vicinanza di affetto o pensiero con te (il tuo 10%).

Quello che pubblichi ha riflessi su tutti loro che stanno lì a scorrere la loro bacheca e si imbattono nel tuo post. Entra quindi in gioco una parola antipaticissima, ma in fondo molto buona. Anche on-line. Parliamo della responsabilità.

Siamo “piccoli personaggi pubblici”. E la maggioranza è silenziosa

Le parole che scriviamo, le immagini che pubblichiamo, i video che giriamo. Tutto questo dice chi siamo, il nostro pensiero, i nostri gusti. Ci descrive. Chi – per caso o per necessità – visita il nostro profilo sarà anche parte di quell’apparentemente piccolo 10%, ma dai post può capire perfettamente che persone siamo. E questo è possibile per due motivi:

  1. Un motivo tecnico (di nuovo): un post può restare on-line potenzialmente per sempre. Anche una storia di 24 ore si può rendere immortale – immortalandola, appunto – con un semplice screenshot. Come dicono Bruno Mastroianni e Vera Gheno nel loro libro «Tienilo acceso», siamo «piccoli personaggi pubblici». Sta a noi disegnare con responsabilità (ops, eccola!) la nostra reputazione digitale.
  2. Un motivo social(e): chi interagisce con i nostri post sarà forse il 2-3% dei nostri follower. Significa che il 7-8% non interviene. È la cosiddetta maggioranza silenziosa, persone che senza battere colpo (o like) guardano, leggono, si fanno un’idea su di noi. Essendo silenziosa, di questa “maggioranza” non ce ne accorgiamo neanche. Nel nostro esempio, però, può trattarsi di ben 28-32 persone. È un numero maggiore dei componenti di una classe scolastica! Ciò che pubblichiamo, quindi, assume un valore enorme. E questo a maggior ragione nel caso dei litigi, quando l’impeto della disputa rischia di farci scappare qualche parola di troppo.

A chi ti rivolgi quando pubblichi un post?

Chiudiamo il cerchio tornando alla domanda iniziale: con questi numeri ha davvero senso continuare a pubblicare post sui social media?

Forse sì. Anzi: è proprio grazie a questi numeri che la pubblicazione ha senso, perché può portare un contributo di pensiero utile, nel peggiore dei casi, a qualche decina di persone. Con la responsabilità, beninteso, di poter offrire loro non solo (e non sempre) qualcosa di leggero e divertente, ma anche un’idea brillante o una riflessione mediamente profonda.

Quando stiamo per cliccare su “pubblica” è bene ricordarsi di questa maggioranza silenziosa. In fondo, i suoi componenti sono quelli che leggono i nostri post. Sono nostri destinatari: ci rivolgiamo proprio a loro.

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo con i tuoi amici!

Licenza Creative CommonsQuesto articolo è distribuito con Licenza Creative Commons BY-NC: scopri cosa puoi fare con questo articolo.